Raccontavano gli Atti degli Apostoli, ieri, della prima volta ad Antiochia, in cui quelli della Via furono chiamati "cristiani".
Per noi, esserlo, è stato così semplice, automatico: nelle nostre famiglie, nella mia generazione, in questo Paese, perlopiù si nasceva cristiani e, al catechismo maldigerito da bambini, si faceva riferimento per tutta la vita per giudicare il vero e il falso il bene e il male. Per noi non si è mai posto il problema di essere chiamati cristiani. Lo eravamo e basta: quasi ab utero...
E' stato molto più difficile e doloroso invece dire ad un tratto di non sentirsi più tali: e questo è avvenuto quando non siamo riusciti più ad armonizzare le nostre vite con quello che ci era stato insegnato, con le persone che si professavano cristiane.
E' avvenuto, ed avviene difatti, in alcuni momenti della nostra vita: quando si diventa adulti ad esempio e la vita ti mette di fronte a scelte di campo non così semplici come vorremmo, a evidenti contraddizioni; il che non esclude oltretutto che col tempo si ritorni a riconoscervisi, a ritrovare una radice cristiana nella propria vita: una radice umana.
Essere cristiano del resto - e lo indica il corrispettivo passo del Vangelo di ieri - significa avvertire questo essere una sola cosa con Cristo e con il Padre. E - strana cosa invero - ci sentiamo così soprattutto nell'incomprensione e nella solitudine, nella persecuzione; quando non comprendiamo cosa ci stia accadendo, oltre che nei momenti in cui il mondo è bello e luminoso, fuori è primavera e tutto brilla all'intorno.
Ogniqualvolta dobbiamo fare i conti con la nostra desolazione e la nostra tristezza, la distanza che ci separa dalla felicità e dagli altri, allora siamo con Cristo, simili a lui e sperimentiamo cosa voglia dire bere queste calice amaro, essere derisi per strada come l'albatro che non spicca il volo, essere messi in certo modo in croce.
Siamo cristiani già solo perché sperimentiamo questo e questo abbandono. Cristo è una sola cosa col Padre quando ne sperimenta l'abbandono. Ne scopre l'essenzialità quando ne vive l'assenza.
Come in ogni vita umana, padri e madri che sono realtà naturali e per certi versi scontate, dimostrano la loro insostituibilità nella loro assenza: vorremmo averlo a quel punto un padre, una madre cui ricorrere e con cui protestare.
Non averli è una dannazione a meno che ciò non serva a farci avvertire e conoscere la loro necessaria insostituibilità, il che infine continua a farci vivere drammaticamente lo scarto tra ciò che viviamo e ciò che desideriamo, solita inesauribile frustrazione della nostra condizione di esseri dimezzati.
L'esperienza della solitudine ci fa sentire come Cristo in ultimo, ci fa riconoscere quella umanità esemplare;
la sua divinità poi non è altro che un dono di Grazia - si dice - per il quale non possiamo fare altro che desiderarlo, perché ci apra gli occhi sulla nostra incompletezza di fronte all'assenza di un qualsiasi padre.