Un po' d'anni fa - ero poco più che un liceale - ricordo la prima volta che mi toccò in sorte di fare anticamera in una Curia Vescovile, cosa in realtà non più ripetutasi così di frequente in seguito.
Mi venne tra le mani, nell'attesa, un profilo o un'opera sua (neppure lo ricordo con esattezza) del vescovo Atanasio, dottore della Chiesa e combattente nato, in un'epoca attraversata dall'arianesimo e da una vorticosa girandola di posizioni teologiche, al tempo in cui la teologia era ancora un po' il sale del sapere...
Come la persona che avrei incontrato di là a poco, anche il buon vecchio Atanasio (III-IV secolo) possedeva una tempra che me lo rendeva familiare; senza contare persecuzioni, accuse e fughe che neanche il barone di Munchausen.
Allo stesso modo di Paolo e Barnaba, Aquila e Priscilla di cui leggiamo in questi giorni, insomma di tutti quelli dispersi "ad gentes", quest'uomo - paradossalmente attratto dal più sedentario degli stili di vita, quello monastico (a lui si deve la biografia dell'abate Antonio) - ebbe una esistenza movimentata, avventurosa:
come dire - ed era così alle origini (e così dovrebbe esser sempre, invero) - che uno che segue una grande idea, uno stile di vita, un dio che cambia la vita, non può pensare di starsene sullo scranno e nell'ufficio parrocchiale, come se fosse all'anagrafe, anche se la storia - parrocchia o non parrocchia - questo ruolo stanziale, sedentario ed impiegatizio, ha finito col farlo affermare.
La verità è che il monaco di cui si innamora Atanasio non è che un avventuroso alla ricerca del divino e dell'assoluto; uno che vive di poco e nulla e che è tutto in movimento - pur stando apparentemente rintanato - verso una liberazione, verso una unione dinamica e di ascesi che lo porta a vivere la vita come un "percorso" innovativo e alternativo.
L'uomo che attendevo in quell'ufficio che mi vide imbattermi nel profilo di Atanasio aveva lo stesso mordente, lo stesso carattere tempestoso, la stessa forza d'animo, la stessa voglia di non stare fermo e tranquillo mai.
Mi sembrò senza dubbio uno strano connubio questo, tra ciò che mi trovavo davanti nell'attesa, e chi avrei incontrato di lì a poco.
Non così altrove, dove spesso mi è capitato di imbattermi in gente impoltronitasi e sedutasi; gente per cui l'avventura era un ricordo, nel migliore dei casi; e in cui la routine faceva a cazzotti con le parole pronunciate, forse persino inconsapevolmente, senza comprenderle: né del resto è detto che tutto debba essere compreso, il che è poi la radice del sedersi (la presunzione d'aver capito tutto, dico).
Quando mi capita di pregare - e capita, come a tutti, del resto, soprattutto a chi crede di non esserne mai stato capace o di non esserlo più - chiedo di non sedermi mai; di non smettere la tempra di questi rocamboleschi signori della vita ideale e sognata, rivelata e predicata.
So bene che a qualcuno questo parrà come l'incarnazione di un inguaribile romanticismo. Mi chiedo sempre però che male ci sia ad esserlo un po'; a sognare; a pregare; a lavorare per una vita un po' meno prosaica, per una fede - dico persino "qualsiasi" - che renda la nostra vita non solo più bella, ma persino più dedita a metterlo in vita, un sogno.
Stamani, guardando sfilare della gente verso la Comunione, mi son detto che dopotutto - senza relativismo - se aver fede è appunto un dono, non è forse un merito quello di cercarne una, una dimensione spirituale, quale che sia?
Così, spesso mi capita di guardare i miei amici del Seminario, a Napoli, sfilarmi davanti agli occhi; ed io quasi a provare di fotografarli tutti con lo sguardo e la memoria, perché in tutti è il merito - spero - di non essersi arresi a un'esistenza senza fini; fossero anche fedeli a Maometto, a Budda, a Zoroastro - azzardo.
Se aver fede è un dono, insomma; avere il coraggio di cercare qualcosa, è senza meno un gran merito, un atto di coraggio, come Atanasio, come quei folli nel deserto egizio, come quelli che cercano Romanticismo, e non solo geometria, nella loro vita.