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Di Rosa e delle altre

Pubblicato da enzo cilento su 31 Marzo 2014, 07:58am

Tags: #I PADRI

Leggevo poco fa una di quelle storie leggiadre che popolano le vite dei santi, soprattutto di quelle medievali.

Come per gli erbari e per i lapidari, per i bestiari, il Medioevo ha sempre attinto a questa fervidissima fantasia per stupire e colpire l'immaginazione del lettore, del credente.

Così per le vite dei santi: per tutti basti pensare a quella caleidoscopica raccolta di meraviglie che è costituita dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, opera riscoperta e ristampata in pratica solo negli ultimi trent'anni, dalla nostra letteratura religiosa.

Senza contare che neppure si tratta solo di letteratura di genere, a ben vedere - come i florilegi francescani - ma di altro: letteratura fantastica e popolare in primo luogo, che si affiancava alle leggende alle saghe, le accompagnava, tutto materiale in gran parte rivalutato e anche manipolato secoli dopo, agli albori della letteratura romantica; senza dimenticare la contemporanea vena dei Novellini e del Decamerone (ser Ciappelletto, ad esempio; Nastagio degli Onesti affondano le mani in questa sensibilità para-religiosa).

C'è un candore di fondo - appunto - ed è questo che intendevo dire che si rifà certo alla tradizione popolare, al folklore, rimonta a quella che si può dire una sorta di religiosità popolare che certo è datata e non è proponibile oggigiorno se non in ambito puramente documentaristico; e che ad ogni modo si collega all'origine delle tante nostre feste patronali, che almeno per questo non sono del tutto da buttare, benché non credo che la nostra fede possa più basarsi su questo.

E' la provincia peraltro a mantenere ferme certe tradizioni, anch'essa un po' a fatica e talora con operazioni direi anche artificiose, mentre nelle città il rimescolamento porta con sé anche il declino di questa memoria.

Ora, in questa atmosfera mi capitava per l'appunto pochi minuti fa di leggere della ben celebre santa Rosa da Viterbo, la cui festa popolare, splendida e profana oltretutto, ho avuto modo di vedere tempo fa de visu.

Ebbene, la nostra Rosa, giovinetta, così come le Agata e le Rosalia, Priscilla e Domitilla; come mille altri personaggi della nostra tradizione popolare, è poco più di un fantasma (sia detto con rispetto).

Quei pani trasformati in rose; quelle brocche rotte riparate miracolosamente alla fontana come i miracoli di matrice francescana e quelli dei monaci antichi e dei figli di Benedetto; le apparizioni notturne di anime del Purgatorio e di Madonne medievali che invitano la ragazzina viterbese a recarsi da donna Zita, locale superiore del Terz'Ordine, per indossare l'abito delle Terziarie e accompagnarla in visita a tre chiese come segno di consacrazione a Dio, come l'esilio e l'eremo ai tempi di Federico II sono spesso, come centinaia di altre vicende parallele, attribuiti or qui or là ad altri suoi omologhi e tali da fare di queste vicende poco più che dei profili paradigmatici e dei manifesti di santità in serie.

Sono le storie però che hanno commosso i semplici; che hanno cambiato il cuore a tanta gente, hanno ispirato svolte esistenziali ai tempi di Rosa, quello dei catari e dei patari, dei movimenti penitenziali, di Francesco di Assisi; vicende che mantengono la loro freschezza popolare e infantile.

Certo, non sono il racconto da proporre come storia ad una fede matura, oggi, in pieno XXI secolo.

Varrebbe la pena però coglierne il valore, questo sì, paradigmatico e narrativo, e potrebbero oltretutto costituire una fonte inesauribile per l'animazione la fumettistica, il racconto per ragazzi e il cinema, la letteratura per i più giovani, prendendone certo le distanze, ma non disperdendone del resto la matrice popolare e nazionale che in essi si esprime, che insomma storicamente ci appartiene.

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