I miei amici ieri in visita qui da me, In Seminario, ci sono riusciti a vedersi riconosciuta dalla Chiesa locale la propria richiesta di costituire un'associazione di laici che vivano una esperienza di vita religiosa, secondo la regola del cenobitismo, una sorta di nuovo modello monastico "missionario", secondo la lezione del vecchio santo Bonifacio, evangelizzatore delle Germanie.
Ci sono riusciti, perché in fondo la loro richiesta di vivere assieme, seconda la regola di monaci, non avrebbe contraddetto il Magistero di Santa Romana Chiesa e perché - hai visto mai? - anche di questo può aver bisogno questo mondo.
Senz'altro ne avevano comunque loro, che volevano solo vivere da monaci, una sola cosa con il Padreterno, "monoi", non lontani dal mondo, eppure per certi versi separati e scelti per non dimenticare nessuno degli uomini, pur vivendo a parte.
"Il modo con cui penserai alla tua famiglia, a quella d'origine e a quella d'elezione - diceva stamattina il prete durante l'omelia - è lo stesso in cui tu vivi il tuo legame con Dio".
Che non è il Dio dei filosofi e degli eruditi e neppure quello delle quaestiones e delle diatribe medievali.
E' un Dio a cui parlare ogni momento, ogni giorno: sei tu Signore, colui al quale mi rivolgo in ogni istante e di fronte ad ogni decisione.
Quale dunque, quella che farebbe bene al nostro essere una cosa sola?
Così che ne son certo, non può essere che quella che garantisca armonia, in me e a me attorno: ognuno deve poter fare ciò per cui è fatto e a questo puntare: perché la letizia consiste nel non sentirsi separati dal proprio essere se stessi.
Quando il Cristo rimprovera a Pietro "va' dietro a me, Satana, tu che dividi e che mi vuoi separare da ciò che è giusto per me", non può rivolgersi che in prima istanza alla separazione che va evitata con la nostra identità: io sono quel che sono; chiamato ad essere quel che sono; e non c'è bene più grande, nessuno che possa esser donato che non quello di essere fedeli alla propria identità, alla propria storia.
Ci smarriamo spesso dietro forme di moralismo e di imposizioni di tal fatta, che noi imponiamo a noi stessi convinti che esista un bene che non tenga conto della diversità di ogni umana esistenza, moraleggiando pertanto dietro idoli che non reggono alla identità della persona.
Siamo missionari - questo è vero - ma di ciò che siamo e non di ciò che pretendiamo di essere; siamo un messaggio secondo il nostro linguaggio e il nostro percorso.
Siamo in tanti, anche in questi percorsi vocazionali che frequento, a rischiare di dimenticarlo: non c'è un bene che non parta dalla verità di noi.
Ci si allena ad aprirci ad altro da noi stessi solo accettando ed appurando con lucidità e onestà quel che siamo.
I miei amici non si lasciano prendere dal dubbio moralistico di coloro che se non vedono operare in modo evidente, fattivo, visibile e pragmatico, dicono che stai buttando via la tua vita: sanno che nessuno può dare quello che non ha.
Che seguire anche la porta stretta dell'incomprensione dei più è assai più vero e proficuo che passare attraverso il consenso unanime di tutti quelli che approvano solo quello che capiscono.
E' di questa preghiera muta che dovremmo fornirci: per essere quel che siamo a prescindere dal pregiudizio.
Fatto questo, affidare l'opera e le nostre titubanze a colui in cui crediamo: io sono questo e sento questa voce che mi chiama.
Possibile che mi stia sbagliando?
La risposta arriva: solo allora arriva.