In una delle mie prime peregrinazioni alla ricerca di una dimensione "spirituale" nella quale mi sentissi effettivamente a mio agio, ho incontrato un giovane di nome Ilario, l'unico che portasse questo nome, incontrato nella mia vita.
Detto per inciso, mi piacerebbe un giorno investire del tempo a ricostruire volti e nomi di queste tappe di cui dicevo e, con una curiosità degna di miglior causa e purtroppo in linea con certe pruriginosità dell'era di Facebook, cercare di sapere qualcosa sul loro conto. Magari per farne un libro; o per mettere un annuncio su qualche trasmissione tv della serie "Chi li ha visti?".
Di alcuni non conservo che il nome; di altri, ho ricordi più vivi ed articolati. Talora si trattava di gente in fuga; talaltra di persone mosse da una seria ricerca di senso: non sta a me dirlo.
Mi ricordo Antonio e le sue icone ad esempio, una vera mano d'artista, con tutti i limiti e i pregi di un pittore in miniatura, le piccole gelosie, i segreti del mestiere da tenere per sé; le chitarre di Guido; le provocazioni di Dario; e ancora la voce angelica di Marco e quella baritonale di Benedetto; qualcuno con la sua mania per l'orto, altri per le proprie galline; quello che si dava da fare come fabbro e factotum; quell'altro tutto immerso nel suo Gregoriano; quelli che lucidavano la chiesa come un calice; quelli che cucivano e disegnavano abiti monastici.
Di tanti ho perso la memoria; non ne ricordo il volto, come loro per me, immagino; di altri resta un nome solo.
Tutto ciò mentre stamane mi capitava di leggere del gran dottore della Chiesa, Ilario di Poitiers appunto, uomo in ricerca peraltro; proveniente dal paganesimo; già sposo e padre di una bimba di nome Abre; poi vescovo - come allora usava - per acclamazione: siamo nel IV secolo.
La verità, Ilario la cercò per tutta la vita, anche con pietà e comprensione.
Preso nella polemica contro l'arianesimo, nei confronti dei vescovi che vi avevano aderito, benché momentaneamente, a differenza di altri suoi contemporanei, ebbe un atteggiamento conciliante e di perdono, perché non fossero destituiti, una volta tornati nell'alveo dell'ortodossia.
Mentre in lui, lo studio lo conduceva fino alle altissime vette del De Trinitate che gli valse il titolo di dottore, conferitogli da Pio IX, l'eterno Mastai Ferretti.
Definito "l'altro Atanasio", quello d'Occidente, Ilario pagò le sue posizioni contrarie a Costanzo (Contra Maxentium) con l'esilio in Frigia, che durò cinque anni, cinque anni dedicati allo studio della teologia orientale: Origene soprattutto, e i Padri orientali, mentre al ritorno in patria si sarebbe avvalso della collaborazione preziosa di Martino vescovo di Tours, com'è noto, suo allievo.
C'è da dire del resto che oltre alle mire di cesaro-papismo che spiegano l'allineamento di Costanzo alle posizioni assunte dal sinodo ariano di Beziers del 356, quella di Ario era in fondo una eresia che nasceva all'ombra di una delle tante forme di gnosi che emergono di tanto in tanto all'interno della Chiesa.
Come si fa del resto a sottoscrivere una fede che postuli la teoria dell'unica sostanza e delle tre persone; che al tempo stesso - a partire da questi presupposti - ponga il dogma irrinunciabile della generazione del Figlio, della stessa sostanza del Padre; e infine che parli dello Spirito Santo secondo la formula "che procede dal Padre e dal Figlio", senza provare un brivido di sgomento da parte della nostra ragione raziocinante?
La verità è che Ilario si trovò - come altri - nel bel mezzo di una ribellione intellettualistica e comunque del tutto plausibile del mondo cristianizzato, abituato peraltro a procedere secondo una consequenzialità logica che sembrava escludere ogni formula di questo tipo.
Se Ilario ed altri rispondono, non può dirsi del resto - è questo che intendo - che la domanda fosse incomprensibile e neppure mal posta. Può Cristo avere una duplice natura e contemporaneamente essere stato Figlio di Dio e Dio egli stesso?
Può avere accettato questo kenosis umiliante del farsi uomo, della nostra medesima carne, per essere poi esposto al martirio ed alla morte? Può Dio aver accettato di farsi uomo nel grembo di una ragazza e di essere al tempo stesso coeterno con il Padre? Può Dio contravvenire ogni legge della fisica e della materia; farsi finito da Infinito che era, farsi mortale, farsi come noi?
Ilario queste risposte le cercò con umiltà e con fervore e come lui altri in quella stagione della storia; e rammarica, devo dire - davvero - pensare a come talora il mondo, oggi proceda senza interrogarsi, mettendo a latere domande di questo genere; né può dirsi che porsi solo domande morali possa essere lo stesso che porsene di metafisiche e di fede, dal momento che Dio non è solo morale, non è solo la museruola messa ai nostri impulsi né è infine il Dio di Kant, il Dio che è solo come se ci fosse...
C'è da restare sgomenti di fronte a questa morte sulla domanda di Dio: come se ci fossimo arresi; come se Dio non rispondesse.
Non è la morte di Dio che ci spaventa; di quella han detto i teologi di cinquant'anni fa, Cox e Van Buren; ma della morte della domanda su di lui.
Perché, che un Padre non vi sia nella nostra vita può accadere; ma che si rinunci a cercarne uno è davvero drammatico ed è senza pietà, per noi e per la nostra sorte soprattutto.
Il mio amico Ilario, incontrato in qualcuna delle mie peregrinationes, come altri, credo che quella domanda se la ponesse, purché non fuggisse da tutte le altre su di sé; ed io - nel mio vivere - non smetto ancora, assetato come un Ilario vescovo, pur non possedendone la tempra e la scienza, la fede, che ne han fatto un Padre della Chiesa, appunto, diciotto secoli fa, un'era glaciale fa, quando alla novella buona, al Cristo che veniva a salvare il mondo, il mondo stesso sentiva di chiedere "ma noi cosa dobbiamo credere che tu sia venuto a fare?".
Ora che per molti sembra non esser mai venuto; un mito, un uomo di passaggio, uno gettato sulla terra dallo spazio, perché tutto in fondo fosse esattamente come prima, "Pater emon o en tois ouranois - Padre Nostro che nei cieli stai". E che là resti estraneo e lontano da noi; e da tutti i nostri pensieri...