Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
- Cesare Pavese -
Mi si sono dunque riaffacciati alla memoria – alla coscienza, forse – questi versi di Pavese, in questi giorni in cui quel mistero più volte l’ho sfiorato, anche attraverso l’inevitabile fragilità, la vulnerabilità di chi mi sta attorno e mi è caro; di chi occupa un posto nel mio cuore e lo rende pertanto più sensibile e prezioso.
E riandando ai versi di Pavese, ne ho ritrovato le tracce severe in una vecchia registrazione di Gassman che li recita: “questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne”: perché essa non dorme mai ed è sempre vita mentre ci conduce a morire.
E’ sorda, come un rimorso inutile, come un vizio, come un rimprovero ed un silenzio, senza risposta. Gassman sospira e trattiene il fiato, anche l’enfasi, nel silenzio con cui essa è a fianco, silenziosa eppure come un grido, anche se soffocato: c’è.
E c’è, infatti ogni mattina, nello specchio al tuo fianco perché essa è sul tuo volto, nella ineluttabilità del tempo e della nostra connotazione materiale, caduca e contingente, noi così poco necessari: essa che allo specchio è più ingombrante di un’ombra, più vera della giovinezza, della beltà, della gioia momentanea e della freschezza che va a sfiorire, “l’uomo come l’erba. Al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata ed è secca” recita il salmista.
“Per tutti la morte ha uno sguardo”, magari di pietà; o forse di compatimento; riguarda ogni uomo, anche le pieghe intorno alla bocca dell’attore e del vecchio Vittorio Gassman.
Essa che non si perde un solo alito della nostra vita; che si ciba di quelli; che esiste perché esiste il vivere; guarda con i tuoi occhi e dentro di questi; guardandoti, è la tua stessa morte che guarda te e tu ti guardi con occhi che moriranno e che portano in sé il sigillo della mortalità: così non ti vedranno mai più.
“Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. E scenderemo nel gorgo muti”, come se ci inghiottisse il fondo d’un lavabo, con un gorgoglio, un mulinello, un timido risucchio.
Verso un buio o verso visioni che non hanno sguardi mai più simili a quelli di un tempo, di cui avrò nostalgia in ogni caso, perché quegli occhi che mi guardavano alla specchio nella morte, erano gli occhi che ho amato.
Quando risento versi e attori così nell’etere mi guardo intorno, come se avessi uno specchio alle spalle e non posso non pensare a quali sguardi ci sono nascosti dietro gli occhi spenti di un morto che continua a parlarmi.