Tra cose preziose come, nel reliquiario di San Petronio, dove la povera testa del santo vescovo di Bologna fu posta dopo la ricognizione della tomba voluta dal vescovo Enrico nel 1147; così riposano le spoglie per niente ossianiche dei nostri Padri.
Dal sepolcro "in ciel d'oro" sotto le volte dell'omonima basilica, dove son quelle di Agostino, vescovo di Ippona, a Pavia; a quelle ceree e diafane di Ildebrando di Soana, nel Duomo di Salerno.
Tra cose preziose dunque, come nella sospensione del tempo e della morte: sul limitare. Reliquie e reliquiari in questo giorno che precede la Commemorazione di chi non è più qui: senz'altro altrove. Sfuggito al nostro abbraccio fisico: "e se a voi le palme tendo".
Il sonno della morte non è men grave e duro: per noi, però.
Per loro è vita: preziosa. E silenziosa.
Leggevo stamani dei cimiteri divenuti luoghi di passaggio e di turismo: il culto del tour. E di passaggio infatti, soprattutto.
Dove passano le passioni e i ricordi; i nostri passi prima di passare lì e altrove del tutto; almeno materialmente dico. A meno che non si sia soffermati al limitar di Dite, come la testa di Petronio vescovo, le spoglie ceree di Ildebrando; quelle di Pio da Pietrelcina; e un cuore là; là ancora una mano e un corpo e ancora altrove dispersi e mantenuti come nella formalina, come un vecchia mummia, pupazzo che non estremizza né prolunga la vita; che non ha esorcizzato la morte.
Mi sono trovato a camminar per cimiteri, per quelli monumentali, Milano e Roma; anche altrove.
Dormivano in pace uomini che passarono lasciando un segno grande; che è come se non fossero mai morti, i giusti, ricorda il Siracide al capitolo 44; e uomini che passarono come le nostre orme sui viali tra i cipressi, visti e non visti, uditi forse da una folla in silenzio, resti e polveri contenute per non essere disperse.
Quella testa in quel reliquiario bolognese, nella Basilica di San Petronio, nel V secolo ideò di riedificare un intero quartiere della città ricopiando il tracciato dei luoghi santi di Gerusalemme e vi fissò la sua dimora, raccogliendovi una comunità di monaci contemplativi.
Eucherio, vescovo di Lione, lo poneva sullo stesso livello di San Basilio, Ambrogio, Ilario e Paolino di Nola. "Abbandona la vita mondana!" - scriveva Eucherio al cognato Valeriano nel 432 -"dedicati al servizio divino e segui l'esempio dell'operoso vescovo di Bologna". Non so bene come andò.
Contemplativo o meno, Petronio ricostruì mezza città, in quei tempi terribili. E i bolognesi gli dedicarono la basilica omonima, costruita a partire dal 1390 dove campeggia il genio e l'arte di un Jacopo della Quercia...
Il contemplativo - mi suggeriva un padre, qualche giorno fa - è colui che contempla con gli occhi di Dio tutto quello che è e che esiste; non solo un naturalista ed un amante dello spettacolo incantevole del creato.
Sarà così, senza dubbio.
Dio lo vede dappertutto e lo ascolta e lo contempla chi sa vederlo in qualsiasi luogo. E noi forse lo abbiamo ingenuamente cercato e visto ovunque: anche dietro qualche abbaglio e dietro molti errori. C'erano degli inganni. O forse solo degli errori di prospettiva.
E siamo stati (e lo siamo) inquieti, perché il nostro cuore è sempre altrove: a cercare la nostra gioia, dove sta navigando il nostro cuore. Tra cose preziose, come un reliquiario.
I nostri morti sono i depositari spesso della nostra gioia e della nostalgia; e solo queste e i sogni condivisi e poi troncati da quella sospensione ci riportano sul sentiero del camposanto dove domani passeremo ancora. Il sonno della morte non è men duro per questo e la sospensione di essa, come nella statua di cera di Ildebrando non è che grottesca immagine di quel che non è mai stato vita.
La vita è altro: è sogni (ed essi ormai son fermi in quella dimensione); è calore e sospirare e respirare; è sorriso e speranza e paura; è luce, rossore sul volto e vibrazione muscolare.
Ne cerchiamo la parvenza come in una foto, reliquia di quel che non possiamo più constatare; non più osservare. Commemoriamo ciò che poteva essere e che ad un tratto non è più stato: o più ancora la speranza che sarà in qualche modo, domani, quel che avevamo progettato insieme ed ideato, prima di passare e trapassare senza neppure trasalire.
Mi fermo spesso davanti ai cippi e ai monumenti funebri delle chiese.
Mi piace mettermi a parlare sommessamente con anime che sono ormai lontane nel tempo e per le quali forse da questa parte non c'è dialogo e preghiera pietosa alcuna: al limite, solo curiosità del turista e una macchinetta fotografica di matrice orientale a far scattare un'altra sospensione oltre il tempo: come la mummificazione e la cera...
Ricordo i miei e i grandi scrittori che mi hanno aperto alla vita strappandomi alla morte; i poeti e i santi; gli attori e i registi che mi hanno fatto sognare; gli artisti. C'è qualcuno che preghi per loro? Per le lustrine di Fellini e della sua Gulietta; per Nannarella e per gli occhi di Alida Valli e per le mani vibranti della Hepburn e di mille altri ancora?
Prego per loro: per Santa Maria degli Artisti, girovaghi e viandanti.
Mi tornano in mente storie dolci come quelli di casa: Sandra e Raimondo, per dire.
E d'un tratto riprende vita ciò che sembrava morto e sopito e con esso la memoria e il dialogo, come da un'altra parte del vetro.
Come nel reliquiario e come nel tubo catodico, dentro la palla di vetro, figurine che riprendono vita e suono. Che la vita restituisce al suo spettacolo, senza nessuna bava di cera...
Li ricordo e spero che sia pace per quelli che operarono in buona volontà.
Amen