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Addobbi

Pubblicato da enzo cilento su 29 Novembre 2013, 20:08pm

Tags: #in vista

Bisognerebbe mettere al bando la tristezza: in questi giorni più che mai. Persino le separazione più struggenti, in un'ottica di fede, dovrebbero essere affrontabili, convinti come siamo che il nostro destino si compie altrove (in realtà va già compiendosi giorno per giorno...).

Le cose, nella realtà stanno in tutt'altra maniera e, se è vero che per i Padri la tristezza altro non sarebbe che uno dei vizi capitali perché ammonterebbe al fatto che la nostra vita sembra incedere su binari che non sono quelli che avremmo desiderato (ma di questo si era già detto nei giorni scorsi), è anche vero che essa è il male del secolo (direi almeno degli ultimi due, invero).

Stamani si parlava di quella semplicità (non semplicioneria) che si augurava Francesco d'Assisi.

E' un bene raro: una ricchezza che cozza con il complicarsi delle nostre vite: perché i modelli produttivi e lavorativi; i rapporti umani conseguenti; il rapporto col creato è un altro rispetto ai tempi di Francesco.

E se pure ci sorprende talora quella dolce letizia di un'armonia ritrovata, sembra che tutto congiuri contro questa: che i nostri modelli di vita siano stati ideati apposta perché, cambiato il creatore (l'uomo), il mondo non assomiglia più in alcun modo al Paradiso colto da Francesco (benché poi anche qui la prospettiva storica suggerirebbe altre riflessioni meno superficiali: per esempio, quali erano le aspettative di vita di quel secolo?).

Ma l'uomo, se non era imbestialito dall'arte della guerra, era meno complicato, meno frantumato: più che triste poteva essere affamato o inviperito, costretto in ogni caso a lottare per sopravvivere: come oggi, verrebbe voglia di dire: solo che oggi il nemico è subdolo e non ha volto.

Non è l'esercito dell'aggressore, intendo: è la finanza, per dire (e che volto ha costei?): più della stessa economia reale, i "poteri forti" ( e quali sono?).

Al punto che è già donchisciottesca la sorte di questo combattente stanco che rischia di intristire.

Ma non è il caso di diventarlo, lo ripeto, perché ci tocca rimboccarci le maniche e prendere in mano l'ingiustizia e la violenza, sporcarcele le mani; e sentirsi chiamati in causa, proprio perché non prevalga l'avvilimento.

Degli anziani e degli abbandonati, dei più giovani e degli ammalati, dei deboli e di tutte le zone oscure di questo mondo dove nessuno è chiamato per nome; dove ci si vende per pochi soldi, come nella migliore delle tradizioni, laddove il capitale o l'ideologia prendono il sopravvento sull'uomo.

Ho provato a parlarne ieri, perché la Chiesa - di cui a volte mi sento parte, altre meno - non può tacere e non può venir meno al proprio ruolo contro la tristezza, e non solo ora che le palline e i fili, le luci e i presepi illanguidiscono il nostro cuore e, accanto alla tenerezza, lasciano affiorare un bel po' di malinconia.

Come se alla favola del Bambino, a cui "da bambini" abbiamo creduto, fosse ormai una dissolvenza nebulosa dentro lo scintillio di un addobbo dorato di Natale.

Non dobbiamo essere tristi. E neppure sciocchi.

Semplicemente accenderci, ancora: di passione.

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