Fa sempre piacere sapere che persino il cardinale Ravasi abbia voluto salutare l’uscita di scena del menestrello Lou Reed, qualche giorno fa.
E’ un messaggio di speranza per tutti i menestrelli e gli artisti di questo mondo: esistono anche per Santa Madre Chiesa. Per loro non è più in vigore alcuna damnatio memoriae. Non si tratta di seppellirli fuori dalla terra consacrata, come accadeva un tempo ai suicidi; come a tutti quelli che potevan dire “quaesivi et non inveni”: ho cercato senza poter trovare alcunché.
E il menestrello newyorkese era stato un aspirante suicida mentre cercava il bandolo della vita.
Anni fa ne proponevo la lettura drammatica in un corso di scrittura creativa finalizzata al teatro, in tutta la sua durezza, a partire da quella passeggiata sul versante selvaggio dell’esistenza che Lou aveva immortalato nella “maledetta” Walk on the wild side”.
Che del resto la via maledetta sia tra noi, fino alla fine dei tempi, è storia di tutti i giorni: “Quattro romani adescano due quindicenni su internet e nel doposcuola le spingono a prostituirsi”. Non è “wild side”?
E come nel testo di Lou Reed, per reggere tanta miseria, un parte del ricavato, le ragazze lo spendono in droga: per sopportare lo schifo.
Fatevela una passeggiata sul lato selvaggio della vita, tra le prostitute venuta dall’Est e dalla Nigeria, dietro ben altre promesse; e dietro i binari della Stazione Centrale, a Milano come a Roma; lungo le vie litoranee della Campania e sulle strade del Nord-Est. Dove occhieggiano sinistre le siringhe dei tossici e delle sventurate, anche sul bel promontorio di Capodimonte.
E’ la poesia selvaggia di quel momento storico, col menestrello Lou; ed è la poesia senza tempo dello stordimento che ingaggia ed ammalia tutti i deboli di questo mondo e di ogni tempo: non è solo poesia. E’ pagina di Vangelo.
Perciò sono contento che Ravasi ne parli. E che per loro la terra del camposanto non si chiuda come un cancello che separa puri da impuri, farisei da pubblicani; virtuosi da puttane.
Andai ad ascoltare Lou Reed dal vivo che non avevo ancora vent’anni, un po’ di anni fa. Graffiava quel poeta e lasciava segni non solo sulle braccia. Andammo a passeggiare sul lato selvaggio della musica e della nostra esistenza.
Molti di loro ci precederanno nel regno dei cieli. E suoneranno chitarre elettriche recando segni terribili sulle braccia, graffi sull’anima.
E su di loro neppure una lacrima: solo quelle di Nostro Signore.
Arrivederci, poeta Lou. Mi hai fatto compagnia quando ci sentivamo selvaticamente soli, sulla via selvaggia della nostra povera esistenza.
Eravamo io Anna, Rosanna e gli altri ad ascoltarti: come il profeta della nostra desolazione. Aspettando Dio, probabilmente …