Ancora non avete resistito fino al sangue. Aveva ragione l'apostolo Paolo. Non abbiamo resistito fino al sangue di fronte alla tentazione di non credere e di mollare tutto, perchè la realtà che ci ha chiamato ad intervenire non viene cambiata da noi, soprattutto non con i tempi che ci saremmo attesi; la realtà ci resiste e le situazioni in cui siamo chiamati resistono alla novità, al punto di chiederci di testimoniare una diversità che viene respinta.
Comunità religiose, di lavoro, familiari, dove ci si sente diversi appunto e come tali si viene riconosciuti; dove si coglie quel che non è più secondo giustizia e che andrebbe discusso, modificato. E che invece, proprio per questo tuo essere testimone fino alla sofferenza di una diversità, ti espellono.
Ho vissuto per un po' di tempo presso una comunità religiosa ripiegata su se stessa, attenta a difendere la sua sopravvivenza nella normalità che la fa morire con tanto di norme e di rituali di cui s'è persa la ragione, "si fa perchè si fa", nascondendosi il deterioramento e le motivazioni: individuadoti come diverso, eccoti il benservito "tu non sei fatto per stare con noi" o perchè troppo ferito dall'eccessivo imborghesimento o dalla sua totale autosufficienza, tale da escludersi in ogni modo dal mondo. La mia esigenza, come quella di altri, era quella di essere seguiti in un processo di formazione "culturale" che fosse peraltro in risposta con tutto quello su cui oggi (e sempre) il mondo si interroga.
Riteniamo davvero che la formazione - quando c'è - di una religioso possa incancrenirsi su formule e modalità che presuppongono un mondo ed un uomo che ormai non esiste più? Chunque approdi anche solo per un'esperienza in questi luoghi, proviene da una civiltà ben diversa da quella dei fondatori: uomini sollecitati da mille conoscenze, dubbi, novità anche antropologiche. Non si può rispondere - cioè non si risponde - alla domanda "chi sei" dicendo "a Roma"; nel senso che le domande e chi le pone oggi sono diversi.
Manca questa agilità, questa volontà di cercare risposte. E' vero che Gesù Cristo è lo stesso: ieri, oggi e sempre; è pur vero che le modalità di fede, pastorali, teologiche, cambiano e si approfondiscono, se non vogliono intendere che l'uomo a cui si parla è lo stesso di mille o cinquecento anni fa (oggi poi le età scorrono con ben altri tempi).
Dire questo significa rivendicare la propria diversità. la propria vocazione alla rottura e ogni elemento di rottura, benchè in continuità con la crescita della risposta della fede nel tempo, viene considerato come espressione di una frattura pregiudiziale benchè essa nasca solo da un'analisi che per certi versi è realistica e pure profetica: quindi va espulso.
E' questa la regola che ho riscontrato. Solo sfortuna?
Questa sofferenza, testimonianza fino al sangue, è pertanto destinata a restare la voce di chi resta fuori, nel deserto delle voci che non preparano più nulla e che rimangono lettera morta.
Mi ha colpito a tale riguardo e come sempre la giornata dedicata dalla chiesa alle consacrazioni religiose, una ricchezza - si è detto; ma la ricchezza non consiste nella conservazione bensì nell'accoglienza dello spirito del cambiamento nell'evoluzione e nella crescita sollecitata dagli eventi.
Da noi, in Occcidente, c'è una crisi vocazionale in tal senso che è riconosciuta anche dagli stessi Superiori Generali, cioè i responsabili delle Congregazioni religiose; molti vanno via - altra affermazione letta su Avvenire nei giorni scorsi - non per il venir meno della vocazione ma perchè in quella situazione chi si sentiva chiamato ha fatto esperienza di una vita che non dava più felicità, inadeguata alla chiamata.
C'è chi potrebbe obiettare "non avete ancora sofferto fino al sangue". Forse più realisticamente ci sarebbe da dire che in questi segni consiste l'evidente richiesta di adeguare certe forme di vita a ciò che oggi la vocazione dice all'uomo che si consacra e che forse certi vecchi giganti hanno appunto sottovalutato e dimenticato.
Non dobbiamo temere che la pigrizia somigli al peccato di omissione?