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Visitati dallo zelo

Pubblicato da enzo cilento su 1 Giugno 2013, 04:16am

Di tanto in tanto mi sono imbattuto in quelli che affermano che "l'eccesso di zelo" è senza meno un limite umano, un peccato, una pretesa del nostro orgoglio, una forma di narcisismo.

Di certo c'è zelo e zelo. E c'è uno zelo formale e devozionale che in sé può effettivamente essere un po' ipocrita e nascondere in fondo una pratica priva di contenuti; ed uno zelo che invece è a quei contenuti che si appella e che in fondo conduce alla santità: il suo contrario si chiama superficialità o semplicemente lassismo.

Il primo non è una forma di saggezza. Può somigliare all'ipocrisia di coloro che occupano i primi posti e vanno al tempio per farsi vedere. Il secondo sono certo che sia proprio dei santi. In ogni caso le due realtà si possono facilmente confondere agli occhi di chi osserva: essi compiono infatti gli stessi gesti, più o meno; partecipano alle stesse liturgie; fanno le stesse preghiere, benché sia il cuore ad essere diverso.

E ritengo anche che lo zelo del santo sia quello che non pensa a quanto riceverà immediatamente in cambio: diciamo che somiglia molto più ad un senso di giustizia che richiede anche il sacrificio di sé e la fatica di fronte alla mancanza di riscontri immediati: di certo non da questi è mosso.

A questo zelo e a questa santità credo che si possa anche dare il nome di Sapienza ed a questa bisogna puntare: senza ombra di dubbio.

Dice oggi il Siracide "Quand'ero ancora giovane, prima di andare errando, ricercai assiduamente la sapienza nella mia preghiera. Davanti al tempio ho pregato per essa, e sino alla fine la ricercherò". Ed è un bel manifesto - c'è poco da dire - ed anche un bell'epitaffio.

Siracide accenna peraltro anche al "prima di andare errando"; il che mi fa pensare che ci sono momenti della vita in cui si naviga comunque a vista, presi da altri miraggi, e si dimentica che la sapienza si trova davanti al tempio, nella preghiera, dentro di noi, dove lo Spirito non smette di parlare. E là si coglie che errare non solo non serve a trovarne un'altra, ma che si può anche errare, in fondo, purché rimanga ben chiaro che o la si porta con chiarezza con sé, questa Sapienza, nel proprio rapporto con Dio e con il suo Spirito, principalmente a partire dal chiuso della nostra stanza; oppure quell'errare non serve a nulla.

Per cui "errare" ha senso solo nel portarsela dietro, ovunque si vada e qualsiasi cosa si faccia, questa fedeltà, questo zelo verso l'unica sapienza possibile e reale.

E' questo che fa sì che si possa dire - come prosegue il testo - "Ho deciso infatti di metterla in pratica, sono stato zelante nel bene e non me ne vergogno".

E solo questo conta, in definitiva: non provare vergogna per aver provato per tutta la vita ad essere zelante nel bene, fedele ad esso. Si perde invece e va errando chi dimentica la centralità di questo, cosicché il suo zelo diventa al più testardaggine, oppure tenacia ma non applicata al bene quanto ad un suo surrogato; ad un bene egoistico e formalistico, narcisistico, consolatorio, che cerca solo di conquistare consensi.

Dello zelo giusto - voglio dire - come della Sapienza, non ne abbiamo mai abbastanza: ci aiuta a vivere e ci aiuta a non sentirci mortificati; ci fa specchiare al mattino senza provare vergogna; dell'altro abbiamo bisogno talora perché specchiandoci negli altri abbiamo il timore di vergognarci di noi stessi, per il semplice motivo di non piacergli.

E' del sapiente trattare gli altri uomini per il bene cui hanno diritto e non per il bene di cui voglio godere per me stesso: il consenso, dunque. E questa è una buona regola di qualsiasi pedagogo.

Il libro di Giobbe stamane ricorda "Se i suoi giorni sono contati, se il numero dei suoi mesi dipende da te, se hai fissato un termine che non può oltrepassare, distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata!".

Ciò che chiediamo è questo: di poter vivere del nostro ben operare senza stare continuamente ad attendere un giudizio e una ricompensa che non sia il nostro salario giusto salario, cioè l'intima soddisfazione di aver ben fatto.

Che la soddisfazione consiste nel prestare con onestà la nostra opera, sapendo che questo ci spetta fare.

Lo faremo con creatività, con energia, con buona lena ed in letizia solo in quanto coscienti che siamo come tutti, un po' dei servi inutili, che fanno quel che va fatto e che in fin dei conti la santità consiste nell'alzarsi al mattino senza provar vergogna e paura di quel che siamo.

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