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Visitati dal Potere

Pubblicato da enzo cilento su 31 Maggio 2013, 17:48pm

Non c'è violenza che sia perdonabile: nessuna.

Parlo del perdono umano, quantomeno, di quello che può anche prescindere da qualsiasi adesione religiosa; perché poi è ovvio che quello cristiano è possibile: proprio attraverso quella stessa adesione che si chiama Grazia e per cui niente è impossibile a Dio e grazie a Lui: niente di quanto sarebbe invece impossibile all'uomo.

E' vero che anche al laico è dato avvicinare il perdono grazie all'analisi delle cause ambientali e culturali che sottostanno ad ogni comportamento, anche violento, individuando quindi più responsabilità sociali che non individuali (ma sono per questo perdonabili le responsabilità sociali solo perché non attengono direttamente la sola responsabilità individuale?); ma è pur vero altresì che non sono perdonabili i responsabili di quel modello sociale e culturale che sono pur sempre uomini e donne con la propria responsabilità pur sempre tutta personale: perché non ci si può nascondere dietro il modello a cui si è deliberatamente aderito.

Quindi, se si può perdonare in nome di Cristo e della sua buona novella, che è pur sempre notizia di un perdono sempre possibile, inteso come comunione del perdono che viene da Dio prima ancora che dalla generosità del singolo e da un suo atto eroico e volontaristico; non per questo è in sé intimamente e costitutivamente perdonabile in sé nessun atto violento né tanto meno un'educazione che conduce alla violenza.

Perché se educare indicare un tirar fuori dalle pastoie della beluinità e dell'insensibilità un essere umano (lo si fa persino con i cani, anch'essi educati quantomeno all'autocontrollo) è chiaro che non esiste nessuna educazione, laddove da questa condizione selvatica non si venga tirati fuori, condotti via, come dice l'etimologia.

Mi veniva in mente il concetto rivedendo il monologo "Lo Stupro" di Franca Rame, attrice che peraltro non è mai stata in cima alle mie preferenze e non solo per motivi ideologici ma che pure, nello specifico di quel testo, tocca un tasto dolente: quello dell'educazione.

Perché c'è tutta una contro-educazione che incita alla violenza nei rapporti - non solo nella sessualità - ed all'esercizio dispotico e ricattatorio del potere, ovunque ve ne sia appena un poco; in istituzioni civili, dove si giudica e si legifera; in istituti privati, come in certa tradizione familiare; persino in istituzioni religiose, a qualsiasi religione esse facciano capo.

Il potere spesso si impone difatti e si esprime come una violenza, se non uno stupro, perché diventa assolutamente irrispettoso dell'uomo, della sua persona, della sua storia e della sua sensibilità.

Accade ogniqualvolta la struttura che detiene l'autorità, intende questa come un diritto esclusivo, un potere di nihil obstat, piuttosto che non un servizio all'altro; quando essa si fa ideologia e valore assoluto, il contrario peraltro di quello che è il primo dei nostri comandamenti: Non avrai altro Dio all'infuori di me.

Nessun Dio quindi, nessun uomo che si senta tale; nessuna struttura che si sostituisca a Dio è quindi Dio e come tale va adorato: al più ne può essere una promanazione, un mediatore posto tra Dio e gli uomini, erede di uno Spirito, piuttosto che di una sovranità di potere di vita e di morte.

Il fatto è che la violenza nei rapporti umani sembra davvero inevitabile senza questa premessa e forse è sugli stessi modelli educativi che dovremmo interrogarci.

Si viola l'uomo e la sua libertà di continuo e c'è qualcosa che somiglia allo stupro in ogni tentativo di violare la sacralità della libertà umana, che peraltro non è mai libertà autoreferenziale ma deve sempre confrontarsi con un bene superiore che è quello comune, alla vetta del quale è la libertà spirituale e la possibilità di non dipendere che da questa; senza che esista possibilità di assolutizzare l'arbitrio del singolo che pretenderebbe di porsi come criterio assoluto e principio di obiettività.

Di certo alla libertà spirituale che è il diritto primario di ogni uomo, concorrono altri fattori non meno essenziali: primo dei quali è il diritto alla sopravvivenza, come diritto al lavoro, ad una giusta retribuzione, a non essere ostaggio della miseria e della precarietà e quindi del potere, di quel potere dispotico, politico, finanziario e clientelare, ovunque esso si esprima, che fa sì che l'uomo non possa esercitare la sua libertà, perché costretto a subire il ricatto derivato dal bisogno.

E' per questo che siamo all'anno zero: è per questo che siamo visitati dall'amore - come dicevo stamane - ma anche dalla violenza, dallo stupro di gruppo, dal genocidio, uomo deprivato della sua dignità e della sua libertà di non dipendere dal bisogno.

Persino nella fede, dico, la dipendenza gradita a Dio non nasce dal bisogno e dal ricatto - e qui concludo - ma dalla libertà e dalla gratuità.

Ma, si sa, a nessuno giova e fa comodo la gratuità: ne andrebbe della sacralità del potere, l'altro Dio, quello che sostituisce il Dio dell'Alleanza, ben altra cosa dal dio del ricatto.

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