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Vedo dunque riconosco

Pubblicato da Enzo Cilento su 18 Maggio 2013, 14:27pm

E' dunque questo il tempo per ridare vita a queste ossa inaridite, intirizzite e intristite come la valle che ne ospitava a mucchi, nella visione di Ezechiele che la liturgia ripropone per la messa della vigilia di Pentecoste (Ez. 37, 1-14).

E' questo il tempo insomma in cui, entrando in esse lo spirito, esse rivivranno. E "metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete. Saprete che io sono il Signore."; e quel tempo è, perché è sempre quel tempo: è sempre possibile che lo Spirito, il Paraclito, quello che sostiene e che ci fa compagnia, sia al nostro fianco e a nostro sostegno e ci metta in grado di riconoscerlo e di esprimerci con gemiti inesprimibili, colui che scruta i cuori e che sa cosa desidera lo Spirito (ed il nostro, certo), perché egli intercede per i santi , per quanto riconoscono Cristo quindi, secondo i disegni di Dio" - come conclude Paolo nella Lettera ai Romani.

Perché Cristo non solo è signore di tutta la terra ma è colui nel quale ogni uomo, per quanta resistenza opponga, per quanto le sue ossa si siano inaridite, ogni uomo - dicevo - si riconosce: nella sua ricca umanità, nella sua umana ricchezza, nella sua capacità di donarsi; perché un uomo così è da una eternità che lo attendevamo, capace di abbassarsi per innalzare chi era caduto; di sollevarci fino a farci comprendere quel linguaggio mai inteso che ad un tratto io sento; perché Egli è l'uomo, anzi il Figlio dell'Uomo, il più bello tra i figli dell'uomo; e della sua gloria è piena la terra: perché non esiste un altro uomo così.

Ecco, non sarebbe nemmeno difficile, in teoria, riconoscergli questa grandezza e questa missione umana e divina; eppure occorre essere messi in grado di vederle quelle cose, di sentirle, di comprenderle, di innamorarsene, per poterle riconoscere come vere e per noi, per sempre.

E questo è dono di quello spirito di cui parla Ezechiele, di cui parla Paolo, che Cristo stesso ha promesso separandosi dai suoi. Perché non vederlo non fosse non sentirne più la presenza, l'eredità, il bene da continuare a far lievitare e a condividere per sfamare milioni di folle radunate anch'esse come presso il lago, affamate e stanche, ma mai sazie di quelle parole che ne facevano rabbrividire la pelle e le ossa.

Non abbiamo che questa cesta mezzo vuota - verrebbe da dire -come si possono sfamare? Ed è la tentazione che vive ciascuno di noi che sente anch'egli i morsi della fame; eppure devi credergli, devi credere che persino a te, servo inutile o solo servo come tanti, sia chiesto di servire a tavola e di ristorarle quelle carcasse vuote e rigide, quelle ossa abbandonate e dimenticate.

Il padrone della terra ti ha lasciato questo compito: sta a te decidere se sia il caso di lasciarli morire di fame.

Gli zoppi, i ciechi, gli afflitti e i derelitti; gente d'ogni dove; schiavi di tutto e padroni di niente; feriti dalla solitudine, dall'abbandono, da ogni violenza che si consuma sotto questo cielo - dove pure non c'è nulla di nuovo se non tante Vanità e sofferenze e persino gioie vane - sono tutti raccolti in attesa del Giorno migliore.

E giorno migliore non c'è se non questo in cui tu riprendi a respirare perché un piccolo alito di vento, di spirito è tornato a far germogliare le tue ossa.

Al solo pensiero ci sarebbe da rabbrividire.

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