"Anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua Sapienza, sarebbe stimato un nulla" - recita un versetto tratto dal libro della Sapienza, appunto: "dammi la sapienza che siede accanto a te in trono".
E cos'altro potremmo chiedere a noi stessi ed a Dio se non questo, se non questa capacità e di leggere nelle cose, e nelle nostre storie, nel creato, nei segni dei tempi, e infine nella nostra interiorità? Vedere Dio ovunque si faccia trovare, perché si fa trovare sovente dappertutto, soprattutto dove ci sorprende ritrovarlo, perché è proprio la sorpresa a rivelarne la presenza, così come è darne per scontata la presenza a non farcelo più trovare.
Così, non si fa trovare più tanto di frequente nelle nostre chiese e nelle nostre preghiere abitudinarie, dove diamo per scontato che egli ci sia e dove riteniamo di poterlo relegare come se quella fosse casa sua, ma invece in parole ed espressioni che sembrano essergli aliene ed invece mai lo sono del tutto; in luoghi e situazioni dove la sua presenza, la sua Rivelazione è tutt'altro che scontata.
Credo, perché la Sapienza sa bene che Dio non può essere messo in scatola, sotto vuoto spinto, dentro un abitacolo nel quale tu entri ogni tanto; e non è neppure solo il silenzio e la solitudine della tua cameretta, materiale o interiore che sia; Dio è fuori e o te lo porti con te, e Lui con sé, o rischi di non vederlo più in nessun luogo.
Certo, poi accade che in qualche luogo, inaspettatamente, in un momento della tua vita, nella tua storia, accade che possa di nuovo rendersi presente, sperimentabile, possa essere avvertito ed ascoltato, là proprio là e non altrove, ma la sua casa non è quella in ogni modo e non puoi farlo restare chiuso a casa sua, in un mausoleo da andare di tanto in tanto a visitare.
Donaci dunque questa sapienza - mi sento di dire - questo desiderio di Salomone che te lo rivelò come il più sapiente dei re; questa intelligenza che occorre per capire che le lingue di Dio non sono solo la nostra; che egli ne parla e ne comprende un'infinità; che parla ad ogni uomo in una lingua diversa, immagino, non per creare una Babele, ma perché essa straordinariamente costituisce comunque una lingua universale, quella dello Spirito, immagino, che parla a tutti.
E che a tutti fa sentire - quando manca -- che manca qualcosa, che forse c'è un silenzio profondo non solo da riempire ma più ancora da esplorare: perché i silenzi, Dio mio, sono tutti da esplorare e contengono tutti un infinito mistero o meglio un mistero di Infinito.
"Mandala dai cieli santi (dentro questo silenzio e ovunque), dal tuo trono glorioso (in alto, nella profondità dell'animo umano e in tutto ciò che lo sollecita e lo interroga); perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica, e io sappia che cosa ti è gradito".
Che forse ti è gradita la mia stessa fatica, più d'ogni altra cosa, quella della lotta quotidiana contro il silenzio e la mancanza di senso di ogni azione infatti; di fronte alla quale, sapiente è chiederla e cercarla la Sapienza se non si vuol vivere da stolti, immaginando che non vi sia sapienza alcuna, dietro un universo così studiatamente e perfettamente sapiente: solo un caso strano ma pur sempre un caso.
Bisogna chiederla e cercarla la Sapienza, chiedere di impararle queste mille lingue in cui essa parla, per poter parlare non soltanto da soli nella solitudine della nostra stanza e mormorando tra noi stessi, tra il terrazzo ed il tinello, ma a tutti quelli che ci capita di incrociare, perché è l'unica lingua che parli al mondo intero.
E' quella che supera Babele e che ogni uomo aspetta, anche chi si è detto convinto di non poter capire.