Chissà perché nelle nostre lezioni di catechismo, quelle apprese durante l'infanzia, lo Spirito Santo proprio non trovava posto. Spirito, questo sconosciuto.
Eppure se non ci fosse questo spirito, nulla si potrebbe comprendere ed accogliere, mi dicevo in questi giorni. Bisogna averlo lo spirito giusto del resto: per ogni cosa. Per divertirsi e per giocare occorre lo spirito giusto, per gioire, per leggere e per studiare, per viaggiare, perché si provi a scoprire, persino per innamorarsi e per cominciare una nuova vita, un nuovo stile, per cambiare alimentazione e per chissà cos'altro ancora.
Ma forse, al di là di ogni possibile banalizzazione, effettivamente uno spirito, cioè una condizione spirituale e psicologica particolare è necessaria non solo per intraprendere ogni cosa o per portarla avanti ma per vivere addirittura.
Perché se quello spirito ti abbandona, ti abbandona la voglia stessa di vivere; né puoi pensare del resto che ogni volta che non sei dello spirito giusto tu possa cambiar lavoro e casa, famiglia, stato sociale e progetti, il che al più è solo dello psicolabile e della persona priva di spirito. Perché lo spirito è anche quello che ti fa sorridere dei tuoi difetti, ti fa diffidare delle tue impulsività e della tua irrequietezza adolescenziale, della tua incostanza e della tua mancanza di spirito di iniziativa se non di quello di adattamento; tanto che è proprio un dono dello Spirito quello di bacchettarti ogni tanto facendoti riconoscere il tuo proprio linguaggio, le tue reazioni a orologeria e ormai scontate che ben conosci e che - mi permetto di dire - sono cattivi spiriti, per usare un'immagine ignaziana, o sono proprio dello Spirito del Male che alberga talora in noi, di colui che ci accusa e che accusa il mondo intero e che, a ben vedere, infine usa delle tattiche neppure troppo fantasiose, colpendo dove siamo meno pronti: nello spirito.
Perché se vero che la carne è debole e lo spirito è pronto, è pur vero che certi desideri che sembrano legati al nostro spirito del momento sono solo frutto dello spirito della carne, cioè del capriccio e della passeggera fragilità e voluttà del nostro desiderio.
Ora, come dicevo esordendo, di quello Spirito Santo, a noi, a quelli della mia generazione, il catechismo non diceva un granché e mi chiedo ancora la ragione, tanto che ce lo siamo immaginato come un terzo incomodo, al più inspiegabile ed incomprensibile, una sorta di brezzolina che passa dal Padre al Figlio, come nel Credo, e che giunge non si sa bene come, a noi, questo Spirito, cioè questo sconosciuto, tanto che della festa stessa di Pentecoste ci siamo fatti sempre un'idea folcloristica e suggestiva, quasi mitica, dandole il peso che davamo alle favole legate all'infanzia, noi pieni di boria razionalistica e materialistica, noi assolutamente privi di spirito.
"Se è spirito, non è materia, non è comprovabile, non è visibile, non si sperimenta e quindi è una favola aerea" - ci siamo detti - e allora aereo diventa tutto; e Dio e la creazione e la Resurrezione e l'Ascensione al cielo e l'Immacolata Concezione e la Riconciliazione...
Il problema è che se applichiamo questo criterio di separazione e di smitizzazione di tutto, non resta niente: resta una vaga morale cristiana che, peraltro, col procedere del tempo e il cambiamento dei costumi finisce con l'essere superata e non più giustificabile, laddove l'unica o quasi che può farcela giustificare è appunto la fede che nasce dallo Spirito.
E allora che cosa chiedere se non che lo Spirito sia ancora in grado di sostenerci nell'atto della fede, che è un atto appunto, continuo, una creazione continua di atti nuovi e quindi di un mondo nuovo; perché senza di esso nulla più di ciò su cui abbiamo confidato starebbe ancora in piedi?
E quello Spirito è l'unico che ci possa garantire il desiderio di restare fedeli ed aderenti a ciò che fino a ieri ci ha fatto felici e ci ha fatto compagnia e ci faccia diffidare da quanto vorrebbe farci isolare, allontanare, dividere da quanto fin qui abbiamo costruito con fatica.
Perché - credo - lo Spirito costruisce le cose e dà pazienza; la carne tende ad esaltarne la corruzione, la trasformazione, la precarietà, facendocele buttare via come cose vecchie. La nostra vita precedente? Sempre e sole cose vecchie: cantine da svuotare.
E' proprio così?
Lo Carne è consumismo invero, uso e consumo senza etica; lo Spirito è aderire invece anche alla propria storia e ai propri errori, ai propri meccanismi compulsivi, riconoscerli; e poi credere, soffrire per qualcosa che abbia vita e respiro lungo, per sempre e non che sia sempre e tutto da buttare via, come sempre.
La carne è plastica che si butta e si consuma; lo Spirito è pietra in cui incidere il proprio nome e la propria storia, per quanto a volte dura, per quanto drammatica.
E' questo lo spirito da ascoltare, soprattutto quando non ci sentiamo dello spirito giusto.