"Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande". E così, nonostante il timore di costui di andarsene senza un erede, una volta messi a disposizione i suoi sacrifici, il Signore passò in mezzo a questi per benedirli; per lasciare al suo fedele "questa terra, dal fiume d'Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate" - come ricorda la Genesi, domani, nel corso della liturgia.
Vorremmo sentircelo dire più spesso "non temere": dai genitori, dagli sposi, dagli amici, dai medici, dai datori di lavoro, dai confessori.
"Non temere. Io sono il tuo scudo. Il Signore stesso si è fatto scudo per te; ha fatto proprio me, tuo scudo: in suo nome".
E noi ci addormenteremmo senza che quel torpore misto a terrore e morte ci assalisse di continuo, come un abbraccio che soffoca.
Vorremmo poter noi stessi abbracciare i nostri figli e quelli che si affidano a noi senza soffocarli con la nostra paura, potendo dir loro ed anche a noi stessi: non temere. Il Signore è il tuo scudo e la sua ricompensa è grande. Ma forse ci manca tutta questa fede, per poterlo fare.
Eppure basterebbe rifletterci: il Signore ci passa come un braciere fumante ed una fiaccola ardente sulle nostre offerte, sulle nostre vite, sui nostri pantani e sugli sforzi goffi che pur abbiam fatto nel suo nome se non solo nel nostro.
Ci passa sempre quando viene la notte e ci sembrerebbe che oramai non resti che addormentarci e rassegnarci all'idea che non abbiamo prodotto nulla, che non avremo figli, che la nostra vita è stata infruttuosa.
"Non temere" - vorrei dire a chiunque ha fondati motivi per aver paura: a bimbi ammalati e senza capelli; a genitori straziati, a povere anime abbandonate; a corpi venduti e usati come merce; a chiunque vede la notte come un minaccia, solo a casa sua, dimenticato.
Vorrei dirlo alle donne che sono state belle e che invecchiate non lo sono più; agli attori dimenticati; a tutto il mondo posto in quiescenza, in attesa di...
Vorrei dire "non temere".
E' sempre il tempo giusto per portar frutto.
"Non temere" - e così vegliare su quel sonno ancora agitato, sul petto scosso, come un padre, un medico, un amico che passa, lampada accesa, sulla tua vita e sa bene che nulla è stato invano.