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Una maglia non vale l'altra

Pubblicato da enzo cilento su 23 Giugno 2013, 04:52am

E' una gran bella sensazione quella di sentirsi "appartenenti" a Cristo, come dice Paolo ai Galati.

A me, personalmente, dà un senso di dignità altissima, direi di orgoglio: come se portassi sulla fronte un segno, un diadema, una corona che rende manifesto questa bellezza e questa elezione di cui posso andar fiero: "essere di Cristo".

Al punto che, per una mia strana proiezione, fin da bambino, uno dei momenti più belli ed emozionanti è legato al momento in cui ho ricevuto il sacramento della Cresima.

Sarà il catechismo di allora; le cose che mi han detto ed il modo in cui le ho percepite; di certo, quella "confermazione" che allora mi fece sentire quasi un miles Christi, insignito di questa onorificenza e di questa responsabilità, mi sembrò di una solennità estrema, direi - se il paragone non fosse davvero una profanazione - come quando, sempre a quell'età, ho messo la maglietta della mia squadra del cuore; la fascia da capitano.

Insomma "essere di Cristo" è come metterla quella maglietta della squadra del cuore e c'è anche da andarne orgogliosi.

Portarla quella divisa, sulla pelle, certo non significa lottare contro il mondo intero; non contrapporsi agli altri come a dei nemici - mi sembra scontato - e però non è neppure come non indossarla o indossarne un'altra.

Non siamo mercenari noi calciatori e soldati "di pace" di una volta. Non lo si fa per professionismo cioè perché pagati per indossarne una e per scendere in campo, perché a quel punto l'una vale l'altra, ma ritengo lo si faccia proprio per appartenenza e quindi perché quella maglia si ama.

Del resto, quell'orgoglio di appartenergli nasce da una risposta che abbiamo dato una volta ma che ci vien posta di continua "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro risponde "Il Cristo di Dio". E noi? Io direi "il mio capitano, il mio Maestro", colui che mi ha insegnato a giocare, quindi a vivere; colui con il quale è bello condividere esperienze ed avventure; uno che lo guardi vivere e insegnare e ti mette addosso la voglia di provarci; uno che ti ha dato fiducia e ti ha selezionato per la sua squadra senza nemmeno chiederti particolari prove di destrezza; un amico con cui è proprio bello farlo questo torneo.

Ci ha detto che sarà osteggiato, che soffrirà, che morirà e poi ritornerà dopo tre giorni. E questo ci confonde sempre, ogniqualvolta ci viene ricordato, anche perché sappiamo che la stessa sorte, inevitabilmente non ci sarà risparmiata.

Però, quell'idea di dar la nostra vita, le nostre forze per quella maglietta intrisa di sudore è impagabile davvero; è un'avventura che riscatta una vita e tutta la fatica, i falli e le durezze che si devono affrontare.

Rinnegar se stessi, il proprio individualismo solitario per giocare per la squadra.

Si impara tanto e si sbaglia altrettanto.

Ma vale la pena indossarla quella maglia lì, che sopra ha un grande croce. Noi la mettiamo ogni giorno.

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