Cinquant'anni fa, come ieri, Paolo VI veniva eletto Papa della Chiesa di Roma, dopo il Pontificato paterno, ma non per questo meno incisivo, di Giovanni XXIII: nel bel mezzo del Concilio Vaticano II, che egli avrebbe riaperto e portato a compimento difatti, due anni più tardi.
Non ne ripercorro la storia, gli avvenimenti epocali di cui fu protagonista, le encicliche universalmente ritenute memorabili, la cultura immensa, la sensibilità d'animo, tutti elementi che nei giorni scorsi anche i giornali hanno richiamato alla memoria di tanti.
Il ricordo che posso averne io del resto, rimanda al più agli anni settanta, quando ero poco più che un bambinetto; benché è di lui il primo ricordo che ho come Pontefice, con quella voce che non era stentorea, talora affaticata, leggermente velata, con un vago accento bresciano che trapelava tra le pieghe: una figura che mi ha sempre ammaliato, fin da bambino.
Forse, a torto, nessuno come Paolo VI, nella sua apparente fragilità fisica, ha saputo comunicarmi quello che della Chiesa ho sempre amato fin da piccolo: la gravità del gesto e della parola, sempre un macigno, quasi un parto non indolore della Verità, il mio Cristo che usava le armi dell'umanità, dell'intelligenza, della persuasione, per entrare nelle nostre vite.
Di Paolo VI conservo peraltro un'immaginetta che porto nel mio breviario, ritrovata a casa tra i libri di preghiera di mia madre.
Solo più tardi, anzi di recente, ho scoperto quello che mi legava e mi affascinava a questa grande figura: l'amore per i Padri della Chiesa (era un vero cultore di Agostino), la insopprimibile vocazione al mandato evangelizzatore e missionario della Chiesa; l'amore per il bello e per l'arte, il senso della giustizia, l'apertura culturale e sociale che lo spinse a teorizzare "una singolare forma di evangelizzazione" che è compito dei laici (Evangelli Nuntiandi), nei campi "della politica, della realtà sociale, dell'economia; così pure della cultura e delle scienze, delle arti, della vita internazionale, degli strumenti della comunicazione";
al fine di "raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza".
"La Chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la parola del Salvatore - "Devo annunziare la buona novella del Regno di Dio" - si applica in tutta la verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con San Paolo: "Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me, se non predicassi il Vangelo". E' con gioia e conforto che noi abbiamo inteso, al termine della grande Assemblea dell'ottobre 1974, queste parole luminose: " Vogliamo nuovamente confermare che il mandato d'evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa", compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono meno urgenti.
Evangelizzare è infatti la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella santa Messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione". (Evangelii Nuntiandi, 14).
Sono parole che commuovono, piene di fede e di speranza, in cui ciascuno di noi può ritrovarsi. Che cos'è infatti una verità se non è proclamata, e quindi comunicata, predicata, condivisa?
Perché mai un buona novella se questa deve restare nel chiuso della nostra nicchia senza essere annunciata? Che cos'è la fede se non un atto di speranza da mettere in comune con chi ci è caro e con chi ci è distante?
Era la prima risposta alla deriva intimistica, individualistica che avrebbe conosciuto il cristianesimo nei decenni a venire. La fede non si può vivere solo come un fatto privato - si dice qua anche oltre le righe - attenzione, perché non è questo che ci viene affidato.
Prima ancora che anche i Movimenti ecclesiali, taluni sorti a partire da quegli anni ne teorizzassero il pensiero; l'esperienza della Fuci, dell'Azione Cattolica, dei Padri della nostra Repubblica al cui fianco fu Paolo VI, segnava già la strada: cristiani si è sempre; ovunque si viva e si operi.
Ecco perché ad un uomo così non ci si può non sentire vicini, alla sua visione integrale dell'umanità e del Cristianesimo, appunto.
Magari fino a provarne persino nostalgia: per anni difficili, certo, ma pieni di entusiasmo e di ottimismo, quando Cristo e i cristiani erano avvertiti davvero come il lievito che fermentar la pasta.
Fa piacere però che papa Bergoglio, cominciando il suo pontificato abbia ripreso proprio da qui, citando Paolo VI " Conserviamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre...sia annunziato e la Chiesa di Cristo sia impiantata nel cuore del mondo"..