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L'Europa e la Settimana della Speranza

Pubblicato da enzo cilento su 23 Giugno 2013, 17:25pm

Karl Leisner - non so come - seminarista tedesco, fu clandestinamente ordinato sacerdote, a Dachau, dall'arcivescovo francese Gabriel Piguet. Oggi è beato.

Don Pino Puglisi, la mafia l'ha combattuta fino a soccombere come è ben noto: è beato; padre Popieluszko, che rimanda agli anni bui della Cortina di Ferro; Ildegarda di Bingen che ci riporta a secoli lontani e all'esperienza mistica e claustrale.

Cosa unisce tutti questi nomi?

La matrice cristiana nel cuore dell'Europa.

Di loro e di altro si parlerà a partire da domani, a Bruxelles, nell'ambito della Settimana della Speranza, indetta nell'ambito delle attività culturali promosse dalla Comece, la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea, alla cui segreteria siede padre Patrick H. Daly.

Molti altri - come accennavo - i temi posti in evidenza nell'ambito dell'iniziativa: questioni che ineriscono un modello di sviluppo europeo sostenibile, il rapporto tra etica e finanza; i giovani e l'istruzione; la libertà di movimento di cittadini e migranti all'interno dell'Unione.

Si tratta senza meno di iniziative lodevoli - sia ben chiaro - ma che pongono a mio avviso una serie di questioni metodologiche e preliminari da affrontare se non vogliamo rischiare di fare pura accademia.

Intanto: alzi la mano chi fosse a conoscenza della Comece o della sua specifica attività, al di là di una ristrettissima schiera di addetti ai lavori: il che poi renderebbe certamente lecito interrogarsi anche sulla sua incisività d'azione. Magari è solo un banale problema di comunicazione: chissà!

Insomma: non si tratta di fare battaglie di retroguardia (il vecchio concetto di cristianità europea, credo che sia definitivamente tramontato); si tratta però - mi permetto di ipotizzare - di trovare quel linguaggio e quell'azione che siano ancora in grado di raggiungere la nuova Europa, senza per questo cadere nel rischio di svendere principi e valori non più negoziabili, come da più parti si è affermato negli ultimi tempi: cioè senza perdere la propria identità (ma dell'argomento si è già parlato a lungo).

Vuol dire - per capirsi - che non ci si può accontentare né di una marginalità/residualità culturale e neppure rinunciare a qualsiasi confronto con il mondo reale nel quale la Chiesa di Cristo è ancora, grazie al Cielo, ancora saldamente impiantata.

Da questo punto di vista, ad esempio, non si può non plaudere alla sempre maggiore attenzione rivolta ai media da parte del mondo cattolico (radio e tv, internet) né a fenomeni solo apparentemente più elitari come la partecipazione storica della Santa Sede, da quest'anno (benedetto il card. Ravasi: era ora che qualcuno lo facesse!) alla Biennale di Venezia.

La Chiesa deve tornare a far cultura, perché i cristiani sono portatori ed eredi di una grande cultura di cui bisogna andar fieri. E questo in Europa quasi non si vede.

Non si vede dunque perché - come diceva papa Bergoglio - i cristiani escono troppo poco dalle loro "riserve" (ma allora è proprio questa politica delle "riserve indiane" e delle "roccaforti da difendere", da sradicare); perché nelle periferie esistenziali e nella cultura vivente ed imperante, in quella che fa opinione e che poi si "volgarizza" attraverso i mezzi di comunicazione di massa, non ci arriva: neanche con la Comece.

Non arriva spesso, se non assistenzialmente (va bene anche questo, per carità, ma non incide, non cambia la deriva e non basta) tra gli ultimi, tra i disperati, tra i baraccati, tra gli zingari, tra gli immigrati, tra quelli che fanno politica, che fanno spettacolo, che fanno editoria, cinema, teatro, arte figurativa, sport, istruzione, economia.

Si tratta di interventi per i quali esistono dicasteri appositi anche all'interno della Chiesa e delle singole Conferenze Episcopali: questo è noto.

Ma manca un quadro complessivo - io trovo - manca una capacità di incidere e di segnare la via, il dibattito, una capacità di guidare un cammino di evoluzione "umanistica più che solo umanitaria".

Vero è che ogni età che succede ad un'altra sostiene di essere portatrice di un nuovo umanesimo. Vero è anche che noi quell'uomo nuovo ce lo abbiamo sotto mano da duemila anni.

E' che quella novità quasi non si vede più.

E che la Comece ha il dovere di muoversi, con prudenza e saggezza, certo, ma anche con uno spirito rinnovato in questo continente in cui rischiamo di essere solo cultori e difensori di una tradizione che si va spegnendo.

Perché - mi hanno insegnato - una tradizione è degna di considerarsi tale e di essere salvaguardata solo quando continua a costituire un alveo entro il quale l'acqua continua a scorrere, fresca e talora dirompente, come quella che viene dalla sorgente, senza ristagnare, come quella che è generata in una roccia, in questo Spirito.

E' questo che incide, fa notizia e rompe il silenzio dello specchio d'acqua che si va prosciugando.

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