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Un ottimismo che non sia cretino

Pubblicato da enzo cilento su 28 Maggio 2013, 04:26am

Il pessimismo non paga: da nessun punto di vista. Come la recriminazione e la rabbia, pur essendo sentimenti assolutamente umani e neppure così disdicevoli oltretutto (francamente c'è di peggio).

A riprova di quanto dico, esistono dati e tendenze per certi aspetti indiscutibili. E' ben difficile ad esempio che un film del genere, per quanto grande e amato dalla critica, riscuota un gran successo al botteghino, per cominciare...

Tra i più belli che ricordo di aver visto in assoluto ce n'era uno eccezionalmente disincantato "America Oggi", un classico ormai, con prove di attore eccezionali. come quella di Jack Lemmon, film capolavoro che in America venne praticamente ignorato.

Il motivo? Cinicamente realistico: l'America appariva per quel che era e che poi saremmo diventati anche noi, un mondo incapace di provare sentimenti duraturi e quindi veri e profondi; un bel mercato (del sesso, del potere e così andando), dove non manca la capacità di emozionarsi, certo, per un attimo, ma dove poi - com'è ben noto - l'emozione si dilegua così com'è comparsa, in un batter di ciglia, senza cambiare nulla e senza provocare reali e durature reazioni.

Stessa sorte hanno condiviso molti altri capolavori e la cosa non stupisce: anche da noi. Il cinema francese sempre così intenso non è quasi mai campione di incassi.

Il pubblico non vuole pensar negativo? E' probabile, se oltretutto, a fianco a tutto ciò primeggiano a teatro e al cinema, persino in libreria, operette ben più leggere, musical e commediole, libri da spiaggia e manuali per vivere felici e sorridere, anche se si porta la dentiera.

Potrei continuare all'infinito, fino a dire che persino tra i miei poveri pezzi, quelli che risultano più letti, son quelli all'insegna di una cauto ottimismo.

Cosa ne pensi, mi è difficile sintetizzarlo in poche righe. Non credo che il Paese dei Campanelli sia la soluzione; credo che certo facile ottimismo sia offensivo per la nostra intelligenza, per dirla in soldoni; e penso infine tutto quel che la gente pensa: che la vita è dura e che fa più comodo a tutti dimenticarselo e far sì che tutti lo dimentichino perché nulla cambi perché essa diventi meno dura...

Quest'apertura non è pretestuosa, giacché anche Pietro, dopo aver ricordato al Maestro d'aver lasciato ogni cosa, beni e affetti d'ogni tipo, sembra dire "e allora? Tutto qui? Questi non solo non credono ma quasi ci corron dietro per toglierci dai piedi"; cosicché ai commentatori ufficiali sembra che questa domanda sia all'insegna dell'insoddisfazione e del pessimismo e quindi quasi che Pietro sia tra gli accidiosi, i delusi e quelli che non hanno capito (Gesù del resto dice che cento volte tanto ricevono già ora coloro che hanno lasciato tutto per seguirlo).

Eppure quest'uomo non ha tutti i torti, non nel pretendere, ma nel chiedere spiegazione. "Io sono ben lieto di venire con te. Mi piace questa vita un po' da nomade, in giro per il mondo a parlare di un regno di Dio in cui le ricchezze sono altre ed altra è la felicità; mi piace persino la folla che si accalca per sentire e per essere aiutata e guarita, la confusione e la contusione talora, il contatto fisico quasi intrusivo; ma fammi capire..."

Le ansie di Pietro sono le nostre: vorremmo tutti conoscere i prossimi scenari. Se avremo una pensione, se ci sarà lavoro, se ci pignoreranno casa; se gli amici ci daranno una mano; se lo Stato non ci lascerà imputridire; se i nostri familiari ci sosterranno e resteranno fedeli nella buona e nella cattiva sorte.

E' vero che già ora ci sembra che con l'ottimismo (non sciocco ma fattivo) della fede tutto ciò ci sembra già di averlo e di toccarlo; ma è pur vero che l'ansia, mio Dio, quella rimane ed è un segno del nostro tempo che è un tempo in cui non sempre è facile prestare fede.

Sarà il bombardamento quotidiano di cronaca violenta, il cinismo che vedi per strada e persino nel tuo condominio; sarà la stanchezza di un mondo che va invecchiando nelle sue certezze (i medievali dicevano mundus senescit): sarà quel che sarà, certo, ma quest'ansia che ci toglie un po' il sorriso e il gusto della vita è innegabile e la si può nascondere a se stessi quanto si vuole, con commediole e manuali delle Giovani Marmotte, ma resta; mentre la fede passa anche attraverso la mediazione di uomini nei quali la storia e la cronaca ci hanno fatto perder la fiducia: perché la fede passa per le nostre mani, come la nostra eredità, il tesoro nei cocci di creta che paiono sempre più screziati e fessi, per così dire.

La contentezza di essere cristiani resta, certo, ed è grande; persino l'orgoglio di avere inteso alfine che la corsa che altri fanno, forse proprio non vale la pena; ma un po' di tremore c'è e la domanda è lecita allora, sempre, e va guardata con dolcezza: "Che cosa abbiamo in cambio?".

Io direi il gusto di non andare al cinema per affogare nella commediola, di non buttare i soldi per il manuale cretino dell'Uomo realizzato e felice, il non spendere tutta la propria energia per tirarlo su il seno e il sedere.

E sentire che già questo è un pezzetto del regno di Dio: intelligenza, comprensione del reale, lo chiamerei: che non è stupido ottimismo.

E' un "tieni gli occhi aperti invece" per non tornare a non vedere. E già tanto mi fa felice.

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