Ieri sera mi sono addormentato con un groppo in gola e con la sensazione di aver vissuto una di quelle giornate terribili, buie, da cui non si esce fuori. Succede.
E' proprio vero però, come leggevo stamane in una bella pagina di San Gregorio Magno che mi son trovato tra le mani, che il buio spesso è solo l'occasione per trovarla la luce, per cercarla almeno. E che spesso quel buio c'è, perché siamo rimasti accecati dalla nostra stessa luce, da quell'orgoglio benedetto che come Narciso ci porta nello specchio d'acqua e ci fa annegare.
La verità è che, come ci ricorda il ben noto passo del giovane che si crede ricco, uno dice "beh, ho fatto questo e quello. Tutte le regole e i comandamenti li ho sempre rispettati. Cosa vuoi che mi manchi ancore per entrare?".
E che ti si risponda "beh, non resta che tu ti liberi di questa tua ricchezza presunta: meglio, della tua presunzione d'esser ricco e della tua pretesa di entrare con le tue forze e basta".
Ciò nondimeno quell'impeto giovanile ha i suoi pregi se il Maestro lo guardò poi e lo amò. Come ci si innamora e ci s'inorgoglisce dell'allievo che ti viene incontro e ti racconta d'aver letto tutto von Balthasar e la Summa di San Tommaso. "Cosa mi manca ancora?" - ti chiede - e tu sorridi perché lo sai quanto gli manchi, altro che se lo sai...
Purtuttavia se ne sorride, come si sorride di ogni Figlio del Tuono che vorrebbe conquistarsi con il vigore e l'impeto dell'adolescenza ogni cosa e divorarsela, il che del resto è proprio di quell'età, che non è ancora quella dell'uomo maturo, benché ogni uomo maturo sia stato pure adolescente: ci mancherebbe fosse il contrario.
Avevo un caro amico a Roma, quando vivevo in città, con cui giocavo a calcio e con il quale ogni discorso, anche in strada, riproduceva le modalità del nostro dialogare in campo.
Mi guardava dritto in faccia e mi diceva cosa fare e come giocare, incoraggiandomi specie in seguito ad un grave infortunio dopo il quale avevo ripreso timidamente a giocare.
E tutto si concludeva non di rado in un abbraccio forte e virile, pieno di fiducia, penso uno di quelli che dava ai figli suoi (ne ha due): senza nessuna vergogna di manifestare il suo affetto e la sua fiducia appunto.
"Dimentica di dover dimostrare questo e quello, sii te stesso e non pretendere mai di essere altro, ricordati quel che sai fare e quel che non ti è congeniale" - era più o meno il tono, tra campo e strada.
Ed è questo che fa la partita del campione: quella che chi ti dà consigli a bordocampo ti vede giocare, infine, libero; e quasi si commuove, lacrime agli occhi, perché ti riconosce e ti sostiene come ha sempre fatto, perché è un tuo amico grande, prima che il tuo allenatore