"In tal modo dunque, con la lettura e lo studio dei sacri libri "la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata" (2Ts 3,1) e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall'assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso alla vita spirituale dall'accresciuta venerazione per la parola di Dio, che permane in eterno (Is 40,8; 1Pt 1,23-25)
Dei Verbum, 26 - Conclusione
In questi giorni, in cui mi trovo per certi versi impegnato nei lavori di un Convegno Diocesano, mi sento non una ma cento volte interpellato su questo punto.
Mille volte interrogato da più parti sulla priorità di questo o quell'aspetto nella comunicazione/ educazione e della testimonianza cristiana, sento ancora frequente questa sorta di contrapposizione incomprensibile tra Parola e Opere, tra Scrittura/conoscenza e opere/testimonianza; addirittura tra Scrittura ed esperienza eucaristica; come se la Parola non appartenesse già appieno a quel dono che Dio fa di sé all'uomo.
E' lo stesso Dio che si offre che si fa cibo col suo corpo e la sua parola, dal momento che non c'è parola che non abbia corporeità e non c'è corpo che non parli di sé ed anche oltre se stesso.
Senza che l'esperienza dell'ascolto e della conoscenza divenga un solo fatto intellettuale, mero esercizio virtuosistico; non c'è esperienza e conoscenza che non nasca dall'ascolto e dalla intimità, dall'amicizia e dall'interiorizzazione, al punto che si può vivere non in modo giustapposto né superficiale solo ciò che è stato già rimuginato, cioè interiorizzato.
La Parola è esperienza eucaristica, intendo dire, come fa intendere la Dei Verbum: attraverso il dono che è stato fatto all'uomo, attraverso gli apostoli e la loro successione veritiera e credibile, per così dire "certificata".
E' un dono "garantito" - dicevo - e "certificato", per cui ciò che ci alimenta sia per così dire originale e corrispondente al vero ed al disegno di Dio.
Si tratta, voglio dire, esattamente - mi si lasci passare il termine - di quel prodotto, di quella creazione, che Dio aveva predisposto per noi e per la nostra crescita, esattamente come l'eucaristia, il corpo di Cristo.
Il che ci fa comprendere che non si tratta né di cibo avariato né di cibo la cui origine sia ingannevole ed incerta.
Della cosa mi chiedeva giorni fa una mia conoscente, ponendomi il quesito su cosa mai basassi la mia fede cattolica, preferendola piuttosto a quella legata ad altre Chiese, ad altre Parole e ad altre Bibbia, ad esempio quelle delle sette evangeliche.
E' che io mangio ciò di cui conosco l'origine - mi son trovato a pensare.
E' l'eredità apostolica, di chi Cristo lo ha conosciuto, ne ha avuto conoscenza diretta, che fonda la bontà e la credibilità di questo cibo.
Di cui ci alimentiamo, come dell'eucarestia, di un corpo, un sangue e una parola di cui mi posso fidare.
E questo fa accrescere in me la convinzione che questa crescita che rimane in eterno non è inquinata da ormoni e da additivi di cui non conosco gli effetti ma di certo l'origine: incerta, non originale.