Sembra esserci come una deriva ormai, nella nostra logica esistenziale - ammesso che ce ne sia ancora una - e questa sembra essere ricalcata su quella che, contro ogni logica, Nietzche chiama la logica del Viandante.
Perché ogni uomo, oggi, sembrerebbe non riconoscersi in nessun'altra ragione che nel puro andare, nel girovagare, nel fare esperienze, da una parte e dall'altra, su ogni fronte.
Perché non solo l'una vale l'altra, o forse è proprio la più estrema e la più inesplorata a farne un eroe della propria vita e dell'immaginario altrui (deriva peraltro superomistica decadente e dannunziana); ma, di più, ogni esperienza - in questa logica del tutto irrazionale, schizofrenica - si vuol porre sempre al di là di un giudizio altrui, di qualsiasi pregiudizio, di qualsiasi esperienza fatta da altri e da altri già giudicata: sempre indipendentemente e oltre quello che gli altri hanno sperimentato.
Dobbiamo andare - ci vien detto - al di là del giudizio del bene e del male, sancito da altri; dobbiamo partire per verificare di persona, liberi come una tabula rasa.
E' il fare esperienza, senza nessun progetto - si strombazza - che ci fa uomini e non ci fa vivere il ricatto e la vendetta dei mediocri che vorrebbero - in definitiva - inibirci la conoscenza di ciò che essi hanno già esperimentato e giudicato in nostra vece.
Vogliamo dirla tutta?
E' l'atteggiamento che ci espone al tutto e al niente; a nessuna remora, se non quella che tutto sia ancora da provare sulla propria pelle: nulla escluso.
Ed è la logica dell'eterno adolescente. Devo fumare, devo far sesso, ovunque e con chiunque; devo bere; correre a fari spenti, nella notte, andare in autostrada in senso opposto a quello di marcia, legarmi sul binario, sballare.
"Guarda - ci diciamo, raccontandoci le cose e i nostri viaggi - questa è un'esperienza irripetibile, che non si può non provare, una volta nella vita".
E' l'ebrezza, il brivido che bisogna vivere. Annoiati mortalmente dalla quotidianità. Non "dacci oggi il nostro pane quotidiano", bensì "dacci ogni giorno del pane straordinario", degli effetti speciali, uno sballo che ci faccia dimenticare il nostro giorno quotidiano.
Nessuno può farlo al nostro posto.
Abbagliati da questo desiderio di conoscenza((?) diretta e da questo rifiuto di qualsiasi mediazione e interpretazione che non nasca da noi stessi; si tratta dello stesso eterno "peccato" di Adamo, certo, di adam , cioè di ogni uomo: "come osi, tu che vuoi essere signore della mia vita, inibirmi la conoscenza di questo e quello, indicandomi - maestà lesa - ciò che è bene e male per me?
Cosicché è' il principio stesso di autorità ad esser messo in discussione: ed è quella morte del padre - come teorizzava Freud - per cui a sedici anni realizziamo quotidianamente l'uccisione di nostro padre, dell'autorità, contestandoli a priori, per il fatto steso che sono l'autorità; una sorta di cultura del parricidio, insomma, la nostra: una cultura però ingenua, adolescenziale.
Ma se "Nessuno può sostituirsi a me nel giudizio - come sosteniamo -: ed "esso mi appartiene di diritto", ignorando in tal modo che, se l'applicassimo coerentemente, per ogni ambito della conoscenza e del sapere umano" - finiremmo per entrare in un gioco del domino dove viene giù ogni cosa ed ogni certezza; se noi affermassimo questo criterio universalmente, dovremmo - in qualsiasi campo - ripartire ogni volta da zero, cancellare ciò che è già stato conquistato.
Tutto l'universo della scienza e della medicina; delle arti e della sapienza; della filosofia e così via sarebbero da azzerare; tanto che in questo andare e andare e andare, l'uomo girerebbe a vuoto e su stesso, ricominciando sempre daccapo: per finire solo intorno a se stesso, giudice di tutte le cose, signore di ogni giudizio, dittatore solitario di una vita peraltro incomunicabile; condannato ad una libertà disperante.
Dove andremmo infatti senza parole già dette, parole da cui ripartire?
Io credo: nella direzione in cui talora si ha la sensazione di andare secondo questa deriva: verso una civiltà super-individualistica, dove ciascuno vive il proprio percorso, lo assolutizza; dove quasi nulla è più coniugabile tra un individuo e l'altro; dove persino il genere maschile/femminile sono un'ipotesi di percorso; dove tutto ciò che è, non è in sé, ma passa attraverso la verifica dell'io.
Io sono quel che decido di vivere, a partire da una pagina bianca su cui scrivere: solo frammenti di viaggio, però racconti brevi, appunti di un diario di bordo, che però non interessano a nessuno, visto che ognuno ha la sua esperienza da vivere.
Non credo invero che noi siamo solo viaggio senza meta.
Non credo che siamo pagina bianca e tabula rasa (e questo oggi è molto controcorrente): in nessun campo.
Così come non è pensabile di vivere ogni cosa, saltabeccando da un capo all'altro. Questo è delirio di onnipotenza.
"Voglio viver tutto - dice questo rizoma disperato e senza radici che è l'uomo oggi, come diceva Vattimo tempo addietro. Ma voler vivere tutto è come viver niente; è un arco allentato che non coglie mai il bersaglio; è il percorso obliquo, il vortice in cui è risucchiata la barca che sta per affondare; l'aereo prima di cadere nel vuoto d'aria e nell'abisso.
"Ci si deve essere staccati da molte cose che appunto opprimono, inibiscono, avviliscono, appesantiscono noi Europei di Oggi. L'uomo di un tale al di là che vuole osservare con i propri occhi le supreme misure di valore del suo tempo, deve in primo luogo, a questo scopo, superare questo tempo in se stesso - è il cimento della sua forza - e quindi non soltanto il suo tempo, ma anche la ripugnanza e la contraddizione in cui si è sentito fino a oggi contro questo tempo, il suo non conformarsi al tempo, il suo romanticismo (F. Nietzsche, La gaia scienza).
Ma è una libertà che non esiste: neppure per i vincenti che affermano la loro vendetta sui deboli che pure ritenevano di avere imposto le proprie regole, con Dio, per poterli tenere a freno.
E' solo uno sforzo, un "dover essere", un'altra imposizione di un dovere alla rovescia, un essere amorale da imporre, in sostituzione di qualsiasi moralità, innata o imposta anch'essa; al punto che - posto come dovere - diventa moralistico esso stesso, il moralismo dispotico di un semidio, viandante e solo, sopravvissuto in un mondo di pseudo - titani, nell'era del paleozoico, viandante senza meta - come dice Agostino - che è qualsiasi uomo che cammini senza nessuna fede, nessuna speranza che non sia quella di non perder mai la forza di camminare.
Destinato alla morte, però, allo sterminio, a soccombere, non appena un altro mostro, più giovane e prestante, gli si ponga innanzi.