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Un cammino infinito

Pubblicato da enzo cilento su 30 Giugno 2013, 08:00am

Dal momento che proprio non riusciva a togliersi dalla testa che cosa aveva fatto per lui, quando il maestro Elia "gli gettò addosso il mantello", quasi a investirlo del compito di fargli da erede e per questo di mettersi in cammino, il giovane Eliseo "lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò".

Fu così che, pure rendendosi conto che non avrebbe trovato un nido o una tana in cui rifugiarsi e in cui starsene tranquillo, e "rassegnato" pertanto all'idea di non aver dove poggiare il capo, proprio come il Figlio dell'uomo; quel tipo, mantello in spalla, solo un paio di sandali ai piedi come scarpe da tennis; senza neanche una maglietta di ricambio e una valigia o una borsa che contenesse le sue cose; lasciato tutto dov'era, si mise a camminare, ben deciso a trovare la strada che lo conducesse a Gerusalemme.

Inutile aggiungere che le strade e le locande, così come quando era nato il suo Maestro che lo aspettava in città, o erano chiuse e piene di clienti abituali, o peggio: erano infestate di briganti, al punto che aveva pensato di fermarsi, insieme ad altri che si muovevano alla volta della città di Gerusalemme, per qualche ora presso un villaggio di Samaria.

C'era un sole dardeggiante, di giorno; e ombre minacciose e sinistre, sul far della sera. Sarebbe stato meglio trovare una tana in cui trovare ricovero, in quelle condizioni.

Fatto sta che l'obiettivo era talmente chiaro, l'intenzione di arrivare in porto talmente ferma, che appariva chiaro a tutti che quelli là non si sarebbero fermati a lungo tra loro; che non avrebbero svenduto per un piattino di lenticchie le cose che gli erano state promesse e che avevano costituito il motivo del loro mettersi in cammino, Gerusalemme, città salda e compatta per la quale avevan provato davvero una gran gioia quando gli avevan detto che lì avrebbero trovato casa loro, la casa del Signore; così tanto che i loro piedi erano ormai alle porte della casa tanto desiderata.

Fu per questo che quelli di Samaria non li vollero accogliere, ed anzi, li scacciarono in malo modo perché "quelli non sono dei nostri" - dicevano tutti. "E' chiaro che ci snobbano. Che le nostre case non fanno per loro; e neppure i nostri obiettivi e i nostri passatempi".

Così ostili anzi, che qualcuno dei pellegrini che con passo fermo si muovevano verso Gerusalemme, li avrebbero voluti colpire con fulmini e saette, come nelle favole delle streghe e dei maghi cattivi; il che però venne loro vietato...

Quando ci scacciavano, in effetti, ci chiedemmo perché ci stesse accadendo tutto questo, soprattutto a fronte di tutte quelle belle promesse di vita eterna che ci era sembrato di sentire. Salvo poi renderci conto che insieme al cento di tutto il resto, ci venivano predette un bel po' di persecuzioni.

Non si può dire che ne fossimo consapevoli, al momento; né che ne fossimo contenti, al momento in cui queste - inesorabilmente - si erano presentate.

"Ma sì, passerà" - ci dicevamo. Solo che non era vero. Non passavano neanche per niente. "Possibile che sia questa la buona novella e la morale della storia?" - ci chiedevamo increduli l'un l'altro mentre rischiavamo di perder fiducia in tutta questa storia per cui c'eravamo messi in cammino.

Forse era così, invece, e Dio bisognava ringraziarlo perché non ci eravamo impoltroniti in qualche villaggio di Samaria, dove la gente gozzovigliava, avevo un nido, un giaciglio una tana e non sperava più nulla.

A noi, camminando, i piedi si gonfiarono e la nostra resistenza fu messa alla prova. Ma vedendo da lontano quell'altura stupenda e la città di Sion, ci sembrava di sognare. E i nostri occhi si aprirono di nuovo al sorriso.

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