Abbiamo attraversato situazioni che sembravano inaffrontabili.
Se me lo avessero detto, non avrei prestato fede a chi me lo annunciava. E le terre, le più inospitali, le situazioni più intricate, gli scherzi del destino, sembravano materializzarsi davanti a noi, giorno dopo giorno, come accade in quei giochi elettronici, in cui - dopo aver superato un primo ostacolo mostruoso - ecco presentarsene subito un altro ancora più grande; e dopo questo, una proliferazione ed una moltiplicazione di nemici da combattere e da evitare.
Non si tratta della vita di uno; si tratta della vita di tutti.
Dall'adolescenza, al mondo del lavoro; dalle preoccupazioni che nascono nell'aver messo su famiglia; al mutuo, alla malattia da affrontare; alla vecchiaia ipsa morbus, come dicono gli antichi; al non senso di questi ultimi anni, alle ristrettezze economiche, alla solitudine.
E' questo il percorso, nonostante i baluginii luccicanti di qualche attimo; la fama, il successo, i figli che arrivano, che crescono, che si laureano, che montano sulle loro speranze.
Ma - come dice il Salmo - solo con Dio faremo prodezze. E tutte le prodezze che compiamo altro non sono che la capacità di trovare ancora una ragione per affrontare ogni cosa con energia.
Ci legano e ci mettono in catene, del resto: un po' tutti, nella prigione che hanno pensato per noi, come Pietro. E la notte è fonda e buia. Si trema e si prega, quando ci si ricorda di farlo; e la notte non passa mai, anche perché ogni cella è un'eco di lamenti e di tristezze e di comprensibili impazienze.
Stanotte li sentivo lamentarsi con Dio stesso e con la loro sorte, maledire il giorno in cui eran nati perché, da allora, nessuno era mai venuto a liberarli.
Così la notte non passava più e l'angoscia era la sola compagna. "Ci siamo dati molto da fare: abbiamo lavorato e sudato e messo da parte. Poi son venute la ruggine e le tarme e si son portate via ogni cosa, come una crisi del 29; con questi figli da aiutare che non trovano lavoro, con l'ansia loro e nostra del futuro: ah, i gigli dei campi!
Ed oggi, in sovrappiù, vengo a sapere che devo lottare per vivere giusto ancora qualche tempo, con l'aiuto dei farmaci e della medicina. Non è andata come contavamo".
Quando eravamo ragazzi abbiamo trascorso notti intere a sognare ciò che avremmo fatto domani. Me ne sarei andato volentieri su di un monte, solitario, a veder passare gli uccelli, a sentire lo stormire delle fronde, la voce degli animali, a parlare con Dio che ama le nostre silenti solitudini piene di Lui.
Ogni cima incontrata per strada catturava i miei occhi e ogni castello, un rudere, un eremo, sembrava in grado di potermi ospitare, di dare corpo ai miei sogni, prima che mi rapissero dalla dolce chiostra, Piccarda mia, andata in sposa ad un violento, come noi alla nostra vita.
E gli occhi inseguivano i sogni, rimanendo aperti su questi.
Oggi, che mi portano dove i miei piedi non vorrebbero e neppure la mia volontà - come Cristo predisse a Pietro - ora la notte, anziché sognare, la trascorro in questa galera, in catene, chiuso, aspettando che un angelo arrivi a slegarmi e a dirmi che ogni male ha una fine.
Se dovesse venire, gli direi "Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva".
Ma, nella notte, nonostante i bagliori, non ho ancora visto l'angelo che attendevo. Soprattutto non mi ha portato sul monte e nei boschi salvatici dove speravo e sognavo di andare.
Cosicché è proprio vero che c'è dato di andare, ormai, dove altri ci conducono; sotto il loro braccio e verso il nostro fine. Liberi, alla fine persino dell'abbaglio e del miraggio di certi sogni. Che in certe notti erano però l'unica compagnia.
Quando tornerai, o Signore, non per portarmi nel mondo dei balocchi, ma in quello vero, ricordati che siamo fatti per non smettere di sognare: anche il povero illusorio mondo dei balocchi.