Qual è la tentazione più forte di tutte se non quella di poter fare tutto da soli? Io ci cado spesso, ammalato come sono di megalomania e di efficientismo. Mi sembra questa in definitiva anche la tentazione più grande cui viene esposto Gesù nel racconto odierno, tratto dal Vangelo di Luca: Dal momento che sei il Figlio di Dio buttati da quassù. Ci saranno angeli a sostenerti e Dio a vegliare su di te.
E' la tentazione alla quale - dicevo - io personalmente sono più esposto, anche perchè non sono abituato a chiedere (noi maschietti siamo stati educati a non chiedere: riteniamo di poterlo fare con tutto). Non chiedere alle donne se hanno piacere di fare l'amore, non chiedere all'amministrazione della cosa pubblica se questo si può fare o meno senza ledere i diritti degli altri; non chiedere alla nostra coscienza, alla nostra storia, alla natura se quanto stiamo per fare non sia per caso violenza e sopraffazione, danno. Ma non voglio fare del moralismo di infimo grado. Resta il fatto che - coscienti o meno - ci si comporta per lo più come i figli di un Dio che hanno qualsiasi diritto su tutto e per i quali nessun arbitrio e delitto avrebbe conseguenze dirette. Ci si butta a peso morto confidando nella buona stella, nella propria furbizia, nella propria presunta e presuntuosa superiorità.
Non una ma cento volte però, di recente, mi è capitato di chiedermi se - incamminandomi su questa strada di povera sequela - io non stessi "tentando" la volontà di Dio, giocandoci, spacciandola con la mia e facendomene scudo per tutti i miei capricci e, anche se una risposta certa non la possiedo (non quella sulla totalità del mio agire, che peraltro sarà pur fatto di azioni pure e di altre che lo sono meno), mi rendo conto che almeno a livello di palese consapevolezza questo è il primo filtro cui cerco di sottoporre oggi le mie azioni, reputando oltretutto ogni gesto temerario come rischioso non perchè la prudenza ci debba portare all'immobilismo, ma perchè la temerarietà non ci porti a giustificare la nostra impazienza (la temerarietà è sempre una infedeltà ed un tradimento).
Il discernimento delle nostre azioni e la conformità alla ragionevolezza di Dio che mai può desiderare la nostra rovina, ha bisogno insomma del vaglio del tempo e della prova: di quello che oggi Luca chiama il deserto. Solo in questa condizione, piena di insidie e di possibili agguati, è possibile - mi sembra - vagliare se il coraggio corrisponde ad un reale desiderio di bene operare secondo il bene che ci viene assegnato ed indicato. Non sempre ho agito così peraltro, ma ho verificato che, ogniqualvolta abbia messo in campo l'impazienza prometeica della sfida, ho finito per cozzare contro l'evidente irragionevolezza della scelta operata: un fallimento.
Non so dire onestamente come Dio ci guidi verso il discernimento di quelle scelte che non siano una sfida alla nostra vocazione, cioè a ciò per cui siamo fatti. L'esperienza però che è fatta di incontri e di cose, avvenimenti che ci vengono incontro, è il luogo del tempo che ci permette di comprendere. Non è il miracolo e il segno che viene dal cielo - intendo - ciò che bisogna attendere, ma chiedere di vedere e volerlo, capire appunto, riconoscere: è questa la chiave. Allora, se è lecito sporgersi un po', perchè altrimenti nessuna esperienza sarebbe possibile (Zaccheo deve salire sul tetto per vedere), d'altro canto gettarsi nel vuoto senza guardarsi un attimo attorno, tenendosi ben saldi è una vera e propria provocazione. Già! Tenersi saldi: Ma a Cosa? Al danaro? Agli amici influenti? Agli idoli? Non credo.
Credo di più a qualcuno che già in passato ci ha fatto compagnia concretamente su di una strada in cui si è fatto esperienza di vivere meglio ed essere fedeli pertanto a questa prova di amicizia. Per me, questo qualcuno ha un nome preciso, oltretutto. Se seguirlo mi ha reso felice, è chiaro che l'infelicità coincida con l'essermene allontanato, a meno che non ritenga che chi mi è stato fedele una volta, poi mi abbia tradito. E se è vero che non c'è relazione che non passi attraverso il crogiuolo della prova e del deserto, della solitudine e della difficoltà, è pur vero che non c'è amicizia più forte di quella cementata dalla fatica e dalle prove.
Voglio dire infine che agli amici non si chiede di assisterci nelle nostre follie ma di avvertircene, di farcene accorti e che se quell'amicizia è fedele - fossimo anche noi meno fedeli pensando di poterne contravvenire l'alleanza - essa non manca di essere fedele a se stessa, alla sua motivazione, per cui continua a svolgere quel ruolo di alleanza per il meglio che è propria di chi ha a cuore la nostra sorte.
Personalmente c'è un percorso che mi fa felice: quello di scegliere sempre e costantemente una vita semplice e sobria, evangelica, al punto che, qualora me ne allontani, non fedele a questo patto, perdo la mia stessa felicità e la ragione stessa per cui esserlo. Per me l'incontro è avvenuto a partire dalla povertà di San Francesco, cosicchè ogni altra dimensione mi sembra tradisca questo dettato.
In tal caso il tradimento e lanciarsi nel vuoto coincide nel non avere coraggio a continuare questa scelta, il che testimonia oltretutto che non tentare Dio non significa essere prudenti, immobilisti e imborghesirsi ma invece venir meno al patto già sperimentato su cui insieme abbiamo fondato la nostra familiarità. Per cui in ultimo la tentazione più grande non è altro che tradire quanto abbiamo vissuto, non fare memoria di quanto si è costruito assieme. Lanciarsi nel vuoto e tentare Dio è allora in pratica non essere confidenti e memori di questo rapporto.