Stavo leggendo questa sera in merito alla teoria dell'americano Van Buren, una riflessione che ha il suo fascino e sulla quale mi sono sentito interpellato. E' in oggetto il parlare di Dio, la teologia, di cui sinceramente non sono un esperto pur subendone il fascino e pur sperando di dotarmi presto degli strumenti idonei per addentrarmici. Sarà per questo - per questa mia inadeguatezza intendo - che un aspetto della conclusione dell'ultimo Van Buren mi è sembrata così vicina al mio modo di sentire e credo a quello di tanti uomini del mio tempo.
Ogniqualvolta infatti io senta parlare di Dio, non posso fare a meno di avvertire la incompletezza delle nostre parole, delle nostre informazioni, la quasi incomunicabilità del tutto se non come esperienza. Dio si lascia solo incontrare; ma per il resto, come per i Padri del deserto, avverto spesso che il nostro spiegare rischia spesso di essere un blaterare, un ridurre. Detto in soldoni, questo condurrebbe ad una sorta di atteggiamento apofatico, il silenzio che non è però silenzio di Dio ma invece ascolto, laddove al discorso su Dio mancano - è vero - le parole adeguate: e al più, come Mosè, di Dio ne vediamo i contorni e le spalle mentre parlarne, l'arte di raccontarlo è davvero al di sopra delle nostre capacità linguistiche, a meno che le sue spalle non indichino pura e confidente sequela e che il suo volto non sia che quello del Cristo, Dio che si fa uomo e quindi si fa conoscere ed incontrare appunto.
Lo si contempla comunque perlopiù questo mistero, come solo si può contemplare e quindi ammirare questo miracolo della fede, non ridurlo tanto a racconto, in questa civiltà in cui ogni racconto, privato della ingenuità del mito, dovrebbe essere una narrazione del tutto riducibile alla categoria del razionale, quindi del solo umano dal momento che la ragione che riduce a sè finisce con l'usare le sue sole categorie e con il considerare solo quelle. Scusate !
La conseguenza - e questo mi ha colpito di Van Buren - è che almeno sotto questo riguardo, davvero la nostra si riduce ad una Teologia della Frustrazione, almeno nella misura in cui intendiamo parlarne in termini di esaustività e che rispondano appieno ai solo schemi del nostro raziocinare.
E comunque che talora parlar di Dio, raccontarne l'intimità sia frustrante, perchè incomprensibile, nei dettagli, a chi ascolta, credo sia l'esperienza che fa ogni credente; come accade del resto, mi sembra di capire, quando si volesse comunicare il proprio amore per un'altra persona e renderlo comprensibile in toto a terzi. E' inspiegabile e incomunicabile difatti quella familiarità, quell'intimità di cui siamo innamorati, che si è svelata solo a noi in quel modo e, se volessimo raccontarla ad altri, costoro ne sorriderebbero e noi vedremmo per così dire sciupata e desacralizzata quella stessa nostra intimità che amiamo ed in cui si manifesta il nostro amore.
Non si può parlare allora di Dio? Forse non nel modo che vorremmo - ecco la frustrazione - anche se chi è innamorato lo porta scritto in faccia e, come per Mosè, il suo volto stesso racconta di questo incontro più che mille parole (lo stesso capita a chi abbia da poco visto la persona amata). C'è una sorta di trasfigurazione, intendo, che non ha parole (anche Dante esprime in versi questa inadeguatezza) e che è testimoniata infine da quella esperienza fatta sul monte Tabor da Pietro Giacomo e Giovanni, che nulla riescono a dire di fronte al trasfigurasi di Gesù.
Forse la parola "frustrazione" evoca scenari negativi; eppure va così vicina a quella notte non senza luce in cui si sta per realizzare l'epifania di Dio, la sua manifestazione: perchè avverte la frustrazione solo chi tende con forza verso qualcosa di cui sente l'urgenza la bellezza e la nostalgia: quella stessa inquietudine che Agostino racconta, quella del cuore inquieto, quella che la liturgia richiama alla mente nel suo esordio "O Dio vieni a salvarmi" a soccorrermi, fatti vedere, dammi le parole e lo sguardo per poetrti vedere, "Signore apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode"