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Storie da raccontare

Pubblicato da enzo cilento su 25 Aprile 2013, 18:03pm

E' ben strano che si scriva e si racconti quello che altri ci hanno raccontato. Sembrerebbe quasi che la mancanza di una conoscenza diretta degli avvenimenti dovrebbe privarci della possibilità di essere credibili e direttamente documentati.

Eppure, a ben vedere, quasi sempre le cose di cui scriviamo sono frutto della mediazione di altri narratori e ad esse approdiamo attraverso quell'opera di ascolto, di ricerca, di documentazione, libri e foto, "fonti", come si dice in gergo, o attraverso il racconto di testimoni oculari, i più attendibili e affascinanti di tutti.

Le storie grandiose e talora drammatiche del Novecento, lager e foibe, deportazioni e liberazioni sono ancora attingibili per noi grazie ai sopravvissuti o grazie a chi ha raccolto il racconto, il materiale documentaristico di chi quelle storie le aveva vissute, così come ricordo che il racconto dei rastrellamenti nazisti, degli internamenti, in molti di noi, ai tempi della scuola, hanno avuto un'eco ampia e drammatica proprio perché ascoltati per bocca di chi li aveva vissuti. La parola ai testimoni!

Allo stesso modo il racconto evangelico, quello di Marco, figura di cui oggi si faceva memoria, che pure non ebbe mai modo di vedere all'opera Gesù; non assistette ai suoi miracoli e alle guarigioni: non lo sentì parlare e non se lo trovò a fianco sulla strada di Emmaus.

Però ebbe la fortuna, la grazia, di essere stato "adottato" da Pietro, di restare con lui a Roma, dove nacque probabilmente il suo Vangelo scritto ed evidentemente fu un grande raccontare quello di Cefa. Ricco di particolari, ricco di emozione, di pentimento forse, di rimpianto, di nostalgia, di gioia e di orgoglio per quanto aveva vissuto in prima persona.

Da quelle parole, da quegli sguardi, dalla probabile commozione e dagli occhi di Pietro che già avevano pianto nel momento in cui aveva tradito chi lo aveva assunto come il primo degli Apostoli, Marco dovette essere sconvolto, a sua volta: era una storia che andava raccontata. L'aveva vista vivere da chi l'aveva raccontata.

Che in fondo è quel che sente chiunque viva quel racconto, tanto da doverlo a propria volta riferire, riscrivere, narrare a sua volta.

Come diceva Paolo del resto "Guai a me se non predicassi il Vangelo".

E non per paura: ma solo perché quella storia lì, vera, in fondo al cuore proprio non ci riesce a stare.

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