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Il veleno che non uccide

Pubblicato da enzo cilento su 25 Aprile 2013, 04:50am

All'improvviso, quel demonio che lo attanagliava: il gusto di stupire, il successo e la carriera prima di tutto, dover dimostrare, denaro, viaggi e vacanze ben selezionate, comfort e consumismo sotto ogni latitudine, anche quello dei sentimenti appunto, cominciò a non parlare più; forse era addirittura fuggito via.

Non che proprio non gli capitasse di ricordare quel che era stato, ma era come se ad un tratto qualcosa di più grande, un obiettivo più appagante, un orizzonte più dolce e rappacificante, avesse finito col vincere questa guerra: non se ne stupì neppure, tanto apparve naturale nel suo compiersi.

Era solo il rifletterci dopo, di tanto in tanto, che gli suonava strano. Dove se n'era andata quella Dispersione devastante?

Persino i suoi discorsi erano cambiati, la sua lingua, la sua sapienza, che era diventata nel frattempo quasi più umile e mite, capace di relazionarsi con gli altri, di non imporsi, di ascoltare ed accogliere: sì, era una lingua nuova che lui, tronfia eco di se stesso, non aveva mai conosciuto e neppure imparato, rifiutandola pregiudizialmente.

Era diventato capace all'improvviso di parlare in quel sermo humilis, cioè con parole semplici, perché non sentiva più il bisogno di affermarsi e neppure di nascondersi dietro le parole. Non più, non solo come dici e affascini e persuadi ma quel che dici; e quel che dici deve poter essere per essere con tutti e per tutti; il che forse avvenne non senza qualche resistenza, proprio perché il quadro non divenga troppo oleografico.

Persino i serpenti presi tra le mani e il veleno che gli fu dato da bere non lo condussero alla morte, perché non pochi tentarono di farlo morire, di farlo sparire e di avvelenarlo dicendo di lui ogni male, calunniando e perseguitando e - se proprio non accolse tutto con letizia e con gioia sentendosene beato come aveva detto il suo Maestro lassù in un lungo discorso pronunciato su di una montagna - in definitiva si sorprese che tutto quel male, tutta quell'aria tossica gli aveva solo provocato qualche colpo di tosse e lo aveva convinto che in ogni caso bisognava andarsene di nuovo in montagna piuttosto che restare in basso, per respirare l'aria giusta. Che - grazie a Dio - era ancora vivo.

All'improvviso ricordò che lo stesso amico e maestro, comparendo un giorno all'improvviso, non atteso, come sempre, aveva detto loro "questi saranno i segni che accompagneranno coloro che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno".

Fu allora che gli sembrò timidamente di aver forse cominciato a credere, almeno un po'. Certo, gli mancava imporre le mani sui malati e guarire ma forse ai malati era stato detto di non dirlo in giro qualora fosse accaduto. Sarebbe stato imperdonabile.

Lui avrebbe perduto la pace e il senso delle cose: che tutto questo non era opera sua. A dirla tutta, tutto si era verificato sorprendendolo, senza che ne avesse in verità gran merito. E questa era la condizione della sua libertà. E in fondo anche della sua felicità.

Era questa l'unica Sapienza in grado di renderlo libero e quindi felice.

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