"Simone, Figlio di Giovanni, mi ami tu?". Giovedì leggevo il commento di Ermes Ronchi a queste parole, sul quotidiano "Avvenire". Ero in treno: non ho potuto trattenere qualche lacrima. Questa domanda continua ad esserci rivolta, davvero, a ciascuno di noi: Enzo, figlio di Maria e Costabile, mi ami tu? Pasci le mie pecore....
E' la domanda certo che per ben tre volte Gesù rivolge a Pietro prima di tutto, ma non solo a lui; dopo essere apparso per la terza volta, ancora presso il lago di Tiberiade e ancora in corrispondenza con l'episodio dell'invito a gettare le reti alla destra della barca, dopo un notte trascorsa a lavorare in vana attesa che questo portasse qualche frutto: vero per lui e per tutti noi.
Tre volte dunque come il rinnegamento di Pietro durante la Passione, come i nostri; con 153 grossi pesci presi nella rete, un numero inatteso per farmi ricredere sul suo affetto; tre giorni come quelli trascorsi da Giona e quelli trascorsi da Gesù tra i morti, nel sepolcro.
Perché Gesù entra nella nostra morte infatti e ci fa compagnia, non solo metaforicamente, come compagno nei momenti di solitudine e sconforto, condividendoli; ma soprattutto perché Egli risorge davvero dai morti, dalla morte naturale stessa, da quei corpi che vanno verso la trasformazione e verso una natura diversa, nuova; Gesù, il Risorto, che scende negli Inferi a dare speranza, a condividere la condizione umana e a dire, Sorgi tu che dormi...
Perché la più grande pietà, per noi tutti, è quella di pensare che nulla è perso e che quanti ci stanno a cuore e quanti abbiamo già dimenticato sono tutti, in un modo misterioso e grandioso, inimmaginabile, vicini alla immensa pietà del loro Creatore, "io che soffierò su quelle ossa inaridite e darò loro vita" - come ricordava Ezechiele.
Tre giorni dunque, un tempo limitato per alitare al loro orecchio con le parole e la voce amata, perché ogni risveglio avviene così: "Mi ami tu?"
"E tu lo sai, conosci tutto: lo sai che ti voglio bene" - che è poi ciò su cui noi possiamo fare affidamento nell'amore.
Quella voce e quella domanda si rivolgono proprio a te, dunque, senza nessun dubbio a te: per questo vi si dice Simone, proprio il figlio di Giovanni, e non un altro Simone, "guarda che sto parlando a te": non c'è margine di errore.
Il nostro amore è personale come la nostra conoscenza.
E noi "lo sai che ti amo. Tu che conosci tutto lo sai che, nonostante le apparenze, le ruvidezze e i rinnegamenti io ti amo. Sai che mi sveglio al mattino, in ogni mattino anche simbolico della mia vita dicendo: Signore, mio Maestro e mio Dio. Rabbunì - a fior di labbra - con la voce ancora impastata dal sonno. Mi alzo perché ci sono sempre quelle quattro pecore che mi hai affidato da governare, da pascere e da accudire.
E levarsi è sempre un bel gesto, pieno di vita.