Amo recarmi a comprare il pane al mattino, specie in quei forni dove, invece di trovare tutto lindore e plastica, plexiglass, trovi ancora legno e farina, madie e forno a legna: non le catene di produzione industriale, per intenderci.
E mi è sempre piaciuto il sapore e l'odore del pane fatto in casa, come lo faceva mia nonna in paese o alcune sue conoscenti e amiche: pane tozzo e scuro, in genere, pane consistente, con un sapore antico, vero, lavorato con le mani, cotto nel forno del giardino, affumicati, sia il forno che quel pane stesso.
E ieri, incontrando dei ragazzi e parlando di come il nostro Dio, quello del pane quotidiano, sia quello vicino ai nostri bisogni primari (il pane appunto), abbiamo a lungo parlato di pane: di quello moltiplicato per le folle stanche e in ascolto, assiepate ad ascoltarlo; di quello spezzato nell'Ultima Cena, di quello del traditore Giuda; del pane che viene dal cielo; del pane che soddisfa; il pane della vita; del dividere il pane e del togliersi il pane dalla bocca che è l'espressione popolare massima per indicare una generosità totale, quasi eroica, santa.
Del resto, nelle storie dei santi, sono tante le ceste di pane trovate miracolosamente davanti alla porta nel momento del bisogno; del pane di cui si riempie per miracolo la dispensa nel più povero degli inverni: anche nell'Antico Testamento c'è traccia di lievito e pane che miracolosamente non si esaurisce una volta condiviso.
Ah, il pane. E sapere che di nessun pane abbiamo bisogno come di quello che ci viene offerto: ad esempio la fiducia, un pane che non può essere tradito e calpestato, anche se non sempre è così. Ti affido la mia ricchezza, mio figlio, il mio pane, ciò di cui vivo e tu ne approfitti: lo insozzi con le tue voglie e lo violi, solo per fare un esempio...
Così come sono nostri figli e pane nostro le nostre idee e le nostre speranze, le nostre aspettative: tradite. Come avviene spesso per mano di chi non crede più in quel buon pane e vive calpestando quello altrui, quello di cui altri hanno bisogno per vivere. Perciò - ci insegnavano - il pane non si butta: mai!
Il pane vero, il vero sapore del pane. Qual è il vero sapore di Gesù, pane vero?
Forse me lo dovrei chiedere più di frequente, anche come credente. E' facile pensare che sia solo quello degli studi accademici e dei riconoscimenti giuridici, dei baccalaureati, del carrierismo anche clericale; potrei pensare che sia l'omaggio o il successo raccolti essendo in apparenza punto di riferimento in una comunità parrocchiale o ecclesiale; che sia la promessa di essere e fare questo e quello.
E invece riscoprire, grazie a Dio, che il suo sapore è quello di una vita libera anche da questo: una vita come la sua, buona e bella semplice e piena dell'odore del legno e della croce, come la sua.
Anche se noi, dimentichi di quel sapore, preferiamo ormai il pane cellofanato del supermarket.