Non sprecate le parole, quando pregate, come i pagani. Essi credono di venire ascoltati a forza di parole - dice Matteo (6,7-15) introducendo la preghiera del Padre Nostro, Pater emon.
Padre Nostro dunque, come commenta Cipriano: il cui regno verrebbe comunque, anche senza di noi; ma che viene anche e soprattutto attraverso di noi, ogni volta che ce ne sentiamo figli, tutti e senza distinzione.
Tanto che le nostre azioni diventano così quelle proprie e degne di un regno; sono per così dire "gloriose"; sono proprie della magnanimità e della generosità; della premura responsabile che ogni padre "sano" sente per quelli che sono figli e fratelli. Figli e fratelli, sorelle e padri e madri che sono infatti coloro che fanno la volontà di Dio: cioè puntano al bene del suo regno, l'umanità.
La Grande Anima del Mahatma Gandhi aveva compreso appieno l'eccezionalità del Cristo proprio a partire da questa intuizione: il Regno di Dio, annunciato da Cristo, ci fa figli dello stesso Padre. Così come ogni uomo che si scopre "semplice" e che, spogliato di ogni barriera e sovrastruttura, riconosce quell'universale diritto a dire "Abbà, Padre", ad invocarlo con fiducia e a chiedere di essere padre e figlio per chiunque; capace di essere accolto e di essere perdonato; di perdonare e di accogliere, di "rimettere i nostri debiti, come noi li rimettiamo".
Ma tutto questo è già persino nei fatti e prima ancora delle parole: forse, anche senza che queste vengano pronunciate, perché non è il pronunciare la parola "padre" che ne determini la natura. Si è padri e madri - intendo - si è figli senza neppure dirlo o sentirselo dire: lo si è e basta, come il più naturale ed universale dei sentimenti: è uno sguardo che rassicura o che cerca sicurezza; è una presenza, soprattutto; è una certezza.
Perché non c'è nessuno che non sia figlio di Qualcuno.
E' forse soprattutto per questo che non ha senso sprecar le parole come i pagani citati da Gesù che credono di conquistarsi quella benevolenza e quell'amore - con le parole appunto - e con una sorta di captatio. Ma noi non siamo più schiavi, siamo amici; e siamo figli. E tra figli e genitori la captatio è del tutto fuori luogo.
Devo dire del resto che i momenti di maggior commozione vissuti con i miei genitori - quelli naturali - sono proprio quelli pieni di silenzio.
Lo so che ci si osserva, allora, anche se di sottecchi, e che la loro presenza è là, vigile, così come la mia per loro. Non dico loro nulla ma quella presenza è già tutto: Padre, Madre. Senza neanche dirlo.
Così - credo - con Dio. E' là e io sono qui sotto il suo sguardo e quel silenzio è lode: al fatto di esserci. L'uno per l'altro.
Mentre nella nostra dimensione tutta umana - e Cristo sulla croce che affida sua Madre a Giovanni ne è la riprova - avviene che, d'un tratto ti fai loro custode e genitore, li guardi con apprensione e senti di doverli proteggere, come un tempo loro han fatto per te.
Non so se Dio abbia bisogno di noi e della nostra forza, vera o presunta: son certo che sia felice di farcelo credere. "Va' e pasci le mie pecore" .
Non perché non possa da solo, ma perché tu sei suo figlio e credo sia un gran bel regalo - che ti allarga il cuore - farti sentire la tua responsabilità: che sei partecipe ed erede proprio del suo regno.
Quello da tempo - forse da sempre - preparato per noi.