"Se Dio parla la parola degli uomini - sosteneva il filosofo Silvano Petrosino, appena qualche giorno fa - è perché in ciò "è possibile cogliere una sorta di sorprendente ed inimmaginabile esaltazione dell'umano stesso, come se in una scelta simile si celasse la sollecitazione e la profezia a riconoscere nella "forma" di questa "parola parlante" qualcosa che in sé non è mai indifferente o estraneo al "contenuto" stesso della salvezza che essa annuncia".
La parola umana dunque, strumento privilegiato di comunicazione e di tradizione, di trasmissione, contiene già in sé la potenza - o almeno la possiede in buona parte - di quanto cioè è necessario alla Rivelazione.
Anzi, diremmo ancora di più: perché, se la Parola è Logos, e Logos è "il ragionevole e il leggibile" che fonda crea e spiega; ecco che la Parola diventa ciò che dà ragione della speranza, esplicitandola e pronunciandola: ciò che la fonda, la progetta e la giustifica.
Dio che è del resto Logos e Agape, cioè comunione (Agostino direbbe "relazione"); è un Progetto "parlato" che si fa carne e storia, di continuo, un discorso, appunto, e un parola messi in comune: tra lui e l'uomo.
Fino a dire, come afferma Levinas, che la Bibbia infatti, il luogo della Parola e la Parola di quel Logos che rende ragione di sé raccontandosi, "domanda giustizia e discussione".
Ed allora è pertanto anche ragionevole, giusta, oltre che sacra, questa Parola.
Non è astratta sacralità - dico - che si sottrae alla ragione dell'uomo, pur non essendo riducibile solo ad essa. Non è il libro caduto dal cielo - ma è il cielo semmai, Spirito, che si fa ragionevole interlocutore alle domande, peraltro legittime - talora addirittura prevenendole -, che sorgono in parole umane, altissime, e che vengono dal suo cuore e dalla sua intelligenza.
Il che giustifica alla fine quel che Petrosino conclude "La parola umana è davvero degna di Dio". Direi quasi come la sua intelligenza: L'intelligenza dell'uomo che è degna di Dio, alla quale essa partecipa infatti, spiegandosi, con parole comprensibili.
Ora - mi chiedevo: se la parola dell'uomo, il suo codice di trasmissione, sono dunque degni di Dio, nondimeno, Dio non può lasciare a lungo senza parole e senza spiegazione il cor inquietum: fino a che questo non riposi in un discorso aperto, in una Rivelazione, che non è l'oppio della mente, ma invece è ciò che la stimola e la soddisfa stimolandolo di continuo. Da una parte, in uno sforzo di intendersi reciproco (la Parola di Dio peraltro è sempre storia raccontata o preannunciata, quindi ha un suo fondamento che si radica nella ragionevolezza stessa dei fatti); dall'altro, in quella intimità che si accresce con la conoscenza e condividendo lo stesso linguaggio.
Dio parla come gli uomini e nella loro vita perché sia comprensibile e visibile.
Parla con la lingua degli uomini - magari non solo con quella - perché è lo strumento più grande che esista. La parola forse non è "visione", non nel senso completo e scritturale del termine, ma la parola è sempre visiva: altrimenti non parla.
Ecco perché la Dei Verbum insiste; e vengo al punto
"E' necessario che i fedeli cristiani abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura. Per questo motivo la Chiesa fin dagli inizi accolse come sua l'antichissima traduzione greca dell'Antico Testamento, detta dei Settanta; e ha sempre in onore le altre versioni orientali e le versioni latine, particolarmente quella che è chiamata Volgata. Ma poiché la Parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa si prende cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, preferibilmente dai testi originali dei sacri libri. Qualora queste traduzioni, offrendosi l'occasione favorevole e col consenso dell'autorità della Chiesa, fossero fatte in collaborazione con i fratelli separati, potranno essere usate da tutti i cristiani...
E' necessario che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo e quanti come diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della Parola, devono essere in contatto continuo con le Scritture, mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato, affinché non diventi "vano predicatore della parola di Dio all'esterno, colui che non l'ascolta dentro di sé", mentre invece deve comunicare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti, il santo sinodo esorta con forza e insistenza tutti i fedeli cristiani, soprattutto i religiosi, a imparare
"la sublime conoscenza di Gesù Cristo (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture.
"L'ignoranza delle Scritture infatti, è l'ignoranza di Cristo".
Essi si accostino dunque volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo di iniziative adatte e di altri sussidi, che oggi lodevolmente si diffondono dovunque con l'approvazione e a cura dei pastori della Chiesa.
Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo; poiché "quando preghiamo, parliamo a lui; e ascoltiamo lui, quando leggiamo gli oracoli divini".