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Ciò che cade dalle mense

Pubblicato da enzo cilento su 19 Giugno 2013, 17:28pm

"Uno che muore, dunque non è una notizia - diceva il Papa un paio di settimane fa - ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia. Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti.

Questa "cultura dello scarto" tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora - come il nascituro -, o non serve più - come l'anziano. Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili, quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione.

Una volta i nostri nonni erano molto attenti a non gettare nulla del cibo avanzato. Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici. Ricordiamoci bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato alla mensa di chi è povero, di chi ha fame" (Udienza del Mercoledì, 5 giugno 2013)

Ho riportato questo passo per certi aspetti sconvolgente; per altri persino "banale": e forse proprio per questo ancora più sconvolgente nella sua immediata veridicità. Varrà la pena ricordarsi quella "banalità del male " teorizzata a suo tempo da Harendt...

Avevo un caro amico a Roma, che dirigeva un supermercato in una zona popolare della Capitale, quartiere Prenestino, nei pressi di quella che era stata la marrana preferita da Pasolini per i suoi ragazzi di vita, oltre cinquant'anni fa.

Mi raccontava di come ogni mattina, il lavoro del personale consistesse innanzitutto nell'individuare il cibo in scadenza e nel depositarlo nei cassonetti, cioè tra i rifiuti.

Lo stesso amico, mi riferiva poi che - a distanza di pochi minuti - quei cassonetti venivano svuotati: da anziani e spesso insospettabili. Perché la gente - anche se c'è chi i nostri tribunali condannano a due mesi perché ha rubato da mangiare (Genova, notizia di un paio di giorni fa) - è in molti casi ben al di sotto della ben nota e impersonale "soglia di povertà". Di dignità, soprattutto.

Allo stesso modo, i miei genitori, che amano trascorrere le loro vacanze in crociera, mi raccontano di quantità industriali di cibo buttate via dalle tavole e dai buffet di questi giganti del mare: proprio mentre navigano di fronte alle coste miserabili del Madagascar, dello Yemen, del Laos, della Cambogia.

Meglio ai pesci ed alle correnti che agli esseri umani.

So bene che la lettura può esser tacciata di populismo.

Ma il Papa, molto più concreto di me evidentemente, ricorda un'altra cultura: quella dei nostri nonni; e non per pura nostalgia.

Era la cultura del rispetto del cibo, del lavoro, del denaro, della stessa solidarietà, del valore delle cose e del sudore. Era così, guardate, fino a trent'anni fa, quando ero un ragazzino.

Potrei riferire dei miei nonni paterni che peraltro avevan fatto un po' di fortuna e tanta fatica a New York, nei primi decenni del secolo scorso: cose fatte per durare, cibo da conservare, senza nulla buttare (io da allora per inciso ho imparato a non buttare il pane: mai), bottiglie da riciclare, barattoli da riutilizzare, scatoloni e corde con cui custodire e metter da parte le cose.

Quando abbiamo svuotato la loro casa e la cantina, c'era tutto questo ancora; e tutto custodito con quel rispetto che si deve alla fatica: alla nostra e a quell'altrui. Soprattutto a quella di vivere.

Ripulendo ogni cosa, non ho avuto la sensazione che si trattasse di "scarti": erano cose fatte per durare.

Come loro, gli affetti, le tradizioni, i cibi, le feste, una civiltà che non era cristallizzata sul suo passato: ne era solo fiera, lo custodiva con amore e con rispetto, per riconoscersi. Forse perché ricordava chi era, chi era stata e non aveva intenzione in alcun modo di dimenticarlo.

Uno così si riconosce innanzitutto come popolo, come identità, riconoscendosi nella sua storia.

Uno che scarta e butta via ogni cosa, di contro, è uno che rinuncia alla sua identità: è uno che non sa chi sia, uno scarto, solo un bene di consumo, un ventre onnivoro che mangia fino alla nausea adagiato sul suo triclinio.

Da cambiare, anch'esso, il prima possibile: come nell'ottica bulimica di ogni società del consumo.

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