Come si fa a non provare un’intima soddisfazione di fronte ad affermazioni come quelle presenti nel Vangelo di oggi (Mt, 6,1-6 16-18)?
“State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti, non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dalla gente” – dice qui Gesù, infatti, ai suoi discepoli, parole sue, dunque, neppure solo racconto: esattamente il suo Vangelo, quello di Gesù.
Perché di ipocrisia sono piene le fosse – diremmo – di atteggiamenti insinceri e strumentali siamo circondati; come di parole che sono inganni e trame tese contro di noi e contro ogni giustizia: perché non c’è giustizia dove c’è ostentazione, proprio perché non c’è autenticità: c’è solo calcolo e autocompiacimento, autocelebrazione.
La verità è che – al di là di quella che può esser pure una umana debolezza, vanità – ciascuno deve puntare innanzitutto ad essere quel che è, di fronte a Dio e agli uomini; a donarsi, cioè ad offrirsi autenticamente, a presentarsi per quello che è; cosicché – come ricorda Paolo nella II Lettera ai Cristiani di Corinto – “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia”.
Riflettevo sul nostro donar con gioia, così.
E non potevo fare a meno di pensare sia alla gioia che dà il donare – liberamente – sia alla gioia che può nascere, talora, anche da quelle che in apparenza potrebbero sembrare delle piccole rinunce, almeno a tutta prima, che poi son solo scelte...
Faccio un esempio per entrar per una volta nel concreto: scegliere la fedeltà in amore o la castità – scenari che oggi ai più sembrano incomprensibili e penalizzanti – non cancellano la nostra umanità e neppure i nostri impulsi che in ogni caso restan vivi, uomini come siamo tutti.
Non è pertanto il non sentire nessuna attrazione per alcun bene e piacere la condizione della nostra fedeltà (che merito ne avremmo?), ma è ogni volta sceglierla; proprio perché questa scelta è gioia; ci dà piacere: molto più grande di quello che ci darebbe contravvenire a questo patto. E questo ci fa peraltro più grandi e forse anche debitori; adulti e contenti anche di noi: della stessa Grazia e della lucidità che ci è data: di saper vedere, di non esser ciechi, di saper leggere e decidere ciò che vale e ciò ch'è solo di meno...
E’ la libertà di questa scelta - intendo- non dovuta a nessuna costrizione né vissuta come una frustrazione, che costituisce il motivo della nostra gioia.
Pensate se, digiunando, andassimo – come dice lo stesso Vangelo più avanti – trascinandoci tristi per aver dovuto rinunciare a quanto desideriamo; o solo per il gusto che tutti sappiano a quali privazioni ci esponiamo, nuovi eroi del bene.
Non testimonieremmo nient’altro che spettacolo, messa in scena, tristezza; null'altro - nella migliore delle ipotesi - che noi stessi: frustrati e privati della nostra gioia, al più solo famelici dell'altrui plauso.
Ci profumiamo il capo invece – invece che cospargercelo di cenere – e appariamo col nostro volto ben lavato, raggiante, come un Mosè appena sceso dal Sinai, perché non solo il Signore è la nostra gioia; ma perché la gioia più grande è poter scegliere liberamente di dare quel che abbiamo deciso di offrire e che siamo in grado di regalare, senza esservi costretti, in fondo al nostro cuore.
Ed è questa gioia – vera, non apparente – che ci fa essere capaci di essere generosi, donando agli altri la stessa gioia che comunichiamo; mentre, per mezzo nostro, sale a Dio l’inno di ringraziamento per quella vittoria sulla tristezza, sull’esibizionismo e sulla frustrazione che così naturalmente testimoniamo.
Come sempre, è l’amore che determina il valore del dono.
E il dono, fatto con piacere, senza esibizione, ci rende veri e belli da vedere, un dono appunto per chi ci è accanto.