Da un'inchiesta pubblicata nei giorni scorsi sul quotidiano Avvenire apprendo che in Italia esiste ancora una quindicina di centri in cui è paticabile la TEC (Terapia Elettro Convulsivante) meglio nota come ellettrochoc. Lungi dalla facile ironia che in questi giorni ci spingerebbe fino al punto di consigliarla per buona parte dei politicanti italiani (ma su questo è bene non schezare più di tanto considerando di quanto se ne siano realmente servite le dittature di un passato neppure troppo lontano per gli eversivi e gli oppositori del regime appunto); lungi dall'ironia che la consiglierebbe infine a coloro che della visibilità catodica fanno il motivo della propria esistenza; la cosa non può lasciare del tutto indifferenti, specie a fronte dei ricordi sinistri che questa pratica mette in moto.
Non si tratta solo di immagini cinematografiche e neppure solo delle pagine dei reduci di lager e gulag assortiti: i nostri ospedali psichiatrici dagli anni 30 in poi di questa pratica si sono ampiamente serviti e di tutto ciò esistono tracce documentate che pensavamo appartenessero al passato (ricordo infatti anni fa una terribile mostra allestitta presso l'ex Ospedale Psichiatrico di Roma, Santa Maria della Pietà. Le mostre itineranti sulla tortura non erano state più spaventose!).
Ad ogni modo, benchè i dati siano contraddittori e l'applicazione della circolare Bindi in merito (1999) sia tutta da documentare al punto che giace in Parlmento l'interrogazione dell'onorevole Delia Murer (PD), quello su cui nemmeno gli esperti paiono nutrire dubbi è l'inevitabile danno cerebrale derivato dalla Tec.
Vi si ricorresse solo in casi estremi come qualcuno sostiene o invece in modo molto più massiccio come da altre fonti assicurato, una pratica di questo genere non lascia proprio impassibile il lettore e neppure lo scienziato (chi ne difende la legittimità afferma che qualsiasi intervento e farmaco non è innocua). E viene infine da chiedersi - fatte salve tutte le domande relative alla pericolosità sociale di determinati pazienti e le ragioni delle famiglie peraltro abbandonate a se stesse da questo sistema - se anche questo non risvegli quel terribile spettro dell'eugenetica e della selezione della specie umana che ha prodotto già così tanto male.
Quali sono infatti i criteri e i confini per questa terapia in campo psichiatrico quando in nome di questa mancata sanità mentale già si sono consumati i più efferati crimini per eliminare soggetti scomodi ed avversari?
A chi demandiamo il compito di agire a rischio di compromettere definitivamente memoria e capacità intellettive del paziente e chi sorveglia sulle sue dicisioni?
In quale misura si può tollerare questa via in un sistema sano essendo certi che non sia la scorciatoia e la via più semplice e meno costosa per gli addetti ai lavori e il sistema sanitario? A noi piacerebbe che il tribunale del malato e le associazioni scinetifiche ed etiche si esprimessero ed avessero voce in capitolo su questioni come queste. Umanità e sanità non possono essere due argomenti separabili e marcianti su binari che mai si incontrano: non c'è infatti sanità che non sia rispettosa dell'uomo, di tutti gli uomini; e non può dirsi sana una sanità che ritenesse che le scorciatoie e gli interventi a basso costo, una tantum, sono da preferire alla reale cura del malato, puntuale e continuativa.
Verrebbe da dire che già solo verbalmente prendersi cura e choc sono termini antitetici perchè prendersi cura significa un'attenzione e una responsabilità nel tempo che va al di là dell'intervento traumatico e mutilante, altrimenti ogni problema articolare - dico per assurdo - o ogni devianza, dovremmo affrontarla con la mutilazione della parte, il che non è mai la soluzione ma solo la resa.
A meno che tutto il nostro sistema anche quello sanitario, on sia alla resa. Anche dei conti, quelli che da noi non tornano mai e non certo per l'irrecuperabilità dei pazienti. Forse invece solo per l'ingordigia miope e colpevole degli operatori e dei responsabili.