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Saggio su una gioia scomoda

Pubblicato da enzo cilento su 10 Febbraio 2013, 18:48pm

Il titolo l'ho preso in prestito da un libro appena uscito del francese Hadjadj, "Saggio su una gioia scomoda", che tratta in modo persuasivo di Paradiso e di destino finale, di quei "novissimi" - Paradiso e dintorni appunto - argomenti che oggi nessuno sembra considerare, proprio perchè il Paradiso da vendere oggi è solo quello del qui e adesso. Ma il titolo - per una coincidenza che poi spiegheremo - poteva essere anche mutuato da un vecchio film con Warren Beattty, "Il Paradiso può attendere, concetto che non contraddice in alcun modo nè la teoria di Hadjadj nè l'attualità e l'imprescindibilità dell'argomento "novissimi" di cui sopra. Così come non stride neppure una certa approvazione di certe riflessioni nietzchiane che pure al modello "paradiso" di cristiani e buddhisti tra gli altri, replicava con il suo assoluto rifiuto di questa riduzione in quanto rimandare il senso all'Aldilà finiva col privarne del tutto questa vita. Riflessione del tutto scottoscrivibile, direi, come sostiene del resto Hadjadj.

In effetti questa vita "hic et nunc" non può essere destituita di ogni valore, rinunciando a viverla con un senso e privandola oltretutto anche di quel senso complessivo e finale di cui sopra.

Se agire bene, cioè vivere in pienezza e non autodistruggendosi, rendendo per così dire lode a ciò che si è e si ha o si può essere e fare, si priva infatti di una finalità che non sia nè solo l'autorealizzazione (ma anche su questo termine occorrerebbe intendersi) nè solo la filantropia tout court, ma sia invece e l'uno e l'altro e infine l'attesa che il compimento del nostro agire e della nostra esistenza riguardi anche un altrove ed una finalità che è insita in ogni cosa (le cose esistono per quello per cui sono pensate e non esistono cose che non esistano se non dopo essere state pensate, programmate, costruite, come se la vita quindi fosse un oggetto sconosciuto che non si sa bene a cosa serva); allora agire bene non è lontano dal vivere in pienezza la vita come Nietzhe richiede e anzi indica una pienezza che oltretutto si inizia ma non si completa in un tragitto così limitato nel tempo nello spazio e persino nella funzione.

Per questo dunque se il Paradiso è indispensabile ed è un bene perchè si viva con un senso un progetto ed un entusiasmo, ancora più facile diventa dire che il Paradiso può attendere perchè, se la finalità verrà scoperta appieno solo in quell'Aldilà di cui sopra, è anche vero che la conoscenza graduale e il piacere di poterne godere comincia già in questo dimensione che costituisce la condizione essenziale perchè si sia preparati ad accogliere quello che in realtà ci è stato donato di costruire, dimodochè - oso dire - che il Paradiso non tanto lo si guadagna, ma in parte si costruisce, così come la fatica prepara in genere il compimento; e nella fatica c'è lo stesso gusto del lavoro e la gioia tenace di viverla proprio perchè essa abbia un senso.

A questo proposito mi è capitata sott'occhio la notizia della XIII Giornata Nazionale della Raccolta del farmaco, svoltasi ieri in oltre 3000 farmacie italiane. Bene. Quello dell'acccesso alle cure ed ai farmaci - la giornata nasce proprio come volontà di soccorrere i bisognosi che questi farmaci non possono procurarseli - è un argomento troppo vasto per poter essere esaurito in così poche righe. Resta il fatto che il principio per cui nel mondo non a tutti sia consentito non solo è di ordine finanziario (brevetti e assistenza sanitaria), ma attiene soprattutto il concetto di quel valore universale ed individuale della vita - per restare a Nietzche - che si pretenderebbe garantire solo a chi ne avesse i mezzi economici o quella normodotazione fisica che quasi costituisce la "conditio sine qua non" perchè una vita valga la pena di essere difesa e vissuta.

Tutta la selezione della specie e l'eugenetica, tutto l'enorme discorso su eutanasia e diagnosi prenatale, persino l'aborto preventivo (parlo sommariamente e genericamente) paradossalmente conseguono al discorso del Paradiso in terra, neitzchiano e ideologico, per cui o il Paradiso, qui e adesso, è possibile gustarselo appieno, oppure questa parvenza di vita non vale la pena somministrarla a nessuno. Per cui se la finalità del vivere è il Paradiso in terra, a chi questa capacità mancasse almeno apparentemente, questa finalità non spetterebbe (si tratterebbe di un paio di forbici venute male, di una brocca rotta etc); mentre se questa pienezza non si consuma in questa dimensione ma la prepara e il suo senso non si esaurisce nella pura funzionalità meccanica, allora ecco che non esiste esistenza che non sia una promessa che si va compiendo, una finalità che si va realizzando, benchè attraverso modalità sconosciute.

Per cui o al farmacco ed alle cure lasciamo che accedano tutti oppure vuol dire che abbiamo già applicato una selezione genetica che decide in definitiva chi ha i crismi per gustarsi questo Paradiso in terra: quello a cui accedono appunto ricchi, sani belli e pieni di vita e questo è il degrado del pensiero sfociato non a caso nel nazismo e nelle sue applicazioni alla razza.

In India, in questi stessi giorni, si sta discutendo una norma di legge che dovrebbe garantire migliaia di bambini vittime di soprusi e violenze sessuali.

Dal rapporto reso noto nella giornata di giovedì si evince che alla loro denuncia quasi sempre fanno seguito violenze e derisioni da parte di polizia e persino di quei medici preposti all'accertamento della presunta violenza (di questo spesso si sono lamentate anche le donne vittime di violenza, nel nostro Paese) cosicchè al danno si aggiunge l'umiliazione e infine la sensazione concreta che la loro vita non sia degna di essere difesa, di costituire nella migliore delle ipotesi solo un paio di forbici che qualcuno utilizzerà per tagliarsi le unghie.

Al solito, il Paradiso in terra di alcuni coincide con la scelta che a quel paradiso non tutti abbiano diritto a partecipare. Il Paradiso che prepara anticipa e costruisce il Paradiso, direi, anche sulla scorta delle obiezioni vitalistiche di cui sopra, nn è moralistico nè pietistico e tanto meno supino e passivo: è invece quello in cui la vita è un'opera di giustizia, quindi di felicità, di diritti condivisi

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