Sono stato a Lourdes anni fa ed ho accompagnato - con molta incoscienza - degli amici ammalati lungo questa pellegrinaggio che non è quasi mai solo il viaggio della speranza, come vorrebbero far credere tanti miei amici giornalisti. Per molti è infatti qualcosa in più e di diverso; è il viaggio dell'offerta, la possibilità di raccomandarsi per una guarigione che non è tanto fisica - quasi mai - ma piuttosto psicologica e spirituale: perchè siano in grado di affrontare le prossime tappe, di sapersi relazionare in queste con chi è e sarà al loro fianco, con il desiderio di non creare infelicità e disagio oltretutto ma, se possibile, conforto e consolazione.
E' una ben grande grazia di tanti malati questo vivere e sentire gentile per cui il loro primo pensiero è quello di rassicurare e essere vicini a chi sta vicino a loro, amici e familiari; un dono grandissimo, incomprensibile, come se la loro prima preoccupazione fosse quella di non disturbare la vita di chi è loro caro, di non recare tristezza.
L'ho sperimentato di persona questo aspetto inatteso: me lo ricordo adesso con stupore in una mia vecchia amica ammalata di Sclerosi Multipla, anni fa, quando la sclerosi era davvero inesorabile, laddove, anzichè essere in ansia per il proprio stato, in lei era forte il dolore per quella sofferenza che vedeva in suo padre, in sua madre, nei suoi fratelli. Me la ricordo bene questa sensazione che mi meravigliava: nessun egoismo.
Me la portavo scarrozzando per i prati lungo il fiume Gave a Lourdes e parlavamo e ci godevamo il verde dei Pirenei: un pensiero per tutti, i rosari e le caramelle da comprare, i confetti da portare a casa, alla signora del primo piano, all'amica, al fisioterapista... E' la stessa storia che ho sentito cento volte e di recente a proposito di un'altra ragazza travolta dalla malattia, raccontata in un libro scritto da suo padre, anni dopo. In tutti, questa attenzione a non procurare dolore, uomini e donne dei dolori che conoscono quindi il patire e che non vogliono infliggerlo a nessuno. Dalla loro carrozzina viene sempre un buon odore di umanità (qualcuno direbbe di santità e di purificazione).
Tutte quelle carrozzine a Lourdes e ancora nelle processioni dell'11 febbraio, memoria dell'Apparizione a Bernadette Soubirous, mi sono sempre chiesto il senso di quella sfilata.
Stavano anch'essi cercando di toccare il lembo della veste di Gesù come sul lago di Gennesaret per essere guariti? E da cosa? La sensazione che vivo talora è che tutto ciò non consiste tanto nello spingere qualcuno verso il lembo della veste del Cristo ma che siamo noi, avvicinandoli, a toccare la sua veste, le sue piaghe. Non siamo spinti, siamo portati, addirittura trascinati.
Cristo è sempre presente dove sono i deboli e, anche se non ci piace, il suo corpo dolente è lo stesso corpo dolente di quelli che noi abbiamo spinto, accudito, portato fin là, sotto il loro altare. Su quelle carrozzine non solo c'è Cristo in quanto in Croce, ma ci siamo noi in quanto protesi verso la croce e malati di incapacità a comprendere ad accettare ed a vivere l'offerta di quello che volentieri non vorremmo offrire.
Ecco, L'ourdes e tutte le fiaccolate di oggi, per me sono quello, oggi. Sono le nostre piaghe quelle che devono guarire, quelle maleodoranti, quelle che hanno bisogno di essere curate, mentre le piaghe del Cristo, quelle di un altro, sono per noi la possibilità di essere guariti, così come sempre la vita e la condivisione con chi ci sta vicino sono un'occasione per altri per guarire dall'egoismo dall'egocentrismo, dalla propria megalomania. Intendo dire che il contatto con chi soffre (e offre) non è tanto importante per farci capire che cè chi sta peggio di noi, puro dato consolatorio, ma lo è perchè più profondamente ci scuote dal ripiegamento su noi stessi, ce ne distoglie, ce ne libera, ci rende non solo e non tanto più buoni, ma più completi, interi, dal momento che in noi si riapre uno sguardo complessivo (vediamo di più e meglio), vediamo altro che non solo noi, si riscoprono cose e aspetti per i quali i nostri sensi si erano chiusi e spenti.
E' questo il vero miracolo. Che poi talora divenga guarigione dalla malattia fisica, il dato miracoloso è seme che guarisce soprattutto noi che dubitiamo confortando chi non vacilla, evento rassicurante che parla di una presenza costante di Dio al nostro fianco: ti ho sempre ascoltato e te lo dimostro non per per la mia Onnipotenza ma in nome della mia fedeltà.
A Lourdes questa fedeltà talora si tocca: è la fedeltà di quelle carrozzine, di quell'umanità dolente eppure fedele (il dolore rende la fedeltà non solo più meritoria ed elettiva ma diventa comunione: soffrire insieme contradddistingue il processo di crescita di una relazione ed una relazione è matura solo nella capacità di rapportarsi alla fatica ed alla sofferenza. Altrimenti ci si separa al primo intoppo).
Quelle carrozzine, quelle vasche non indicano un eroismo eccezionale ma una fedeltà quotidiana, Cristo eterno presente, ovunque gli uomini sono interpellati ad essere uomini, a dare il meglio di sè, a dimenticarsi di essere il centro del mondo per ritrovare invece una dimensione di popolo, di gente, di persone solidali, aperte alla condivisione e pronte ad aprire lo sguardo oltre se stesse.
Eccolo il lembo della veste da toccare. Lassù non c'è uno più sfortunato di noi: c'è un dono che per noi si fa opportunità. C'è Cristo che si fa toccare e spingere perchè a noi sia dato di guarire.