Il rapporto con la fede - anzi meglio sarebbe dire "il rapporto con Dio", col Padre e col Figlio, nello Spirito, certo - è come qualsiasi rapporto d'amore. Voglio dire che nessun rapporto d'amore è banale e che quello per Dio o è amore o è solo servilismo e timore: timore di perderlo, come accade in tanti matrimoni.
Come mi è stato fatto osservare in un "post", spesso si perde la memoria di ciò che ci ha unito e che ci ha fatto innamorare, tanto che ha finito per prevalere il risentimento: siamo rimasti delusi e ci siamo sentiti traditi.
Non accade anche con Lui? Non abbiamo pensato che questo ci avesse cambiato la vita e poi un po' per volta ci siamo accorti che non è andata come speravamo?
Bisogna sempre tornare alle origini del nostro amore se non si vuole perderlo. Anche se poi l'amore cresce e cambia, almeno in parte: si responsabilizza.
Guai però se diventasse solo una cosa da adulti appesantiti dalla responsabilità e non dall'entusiasmo. L'amore sarebbe finito: sarebbe un peso insopportabile, un'infelicità.
Mi tornavano in mente, mentre scrivevo, due cose. La prima quel salmo 76 "Ripenso ai giorni passai, ricordo gli anni lontani. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: rifletto e il mio spirito si va interrogando. Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nell'ira il suo cuore?". E poi - strana combinazione - una canzone che ascoltava sempre mia sorella adolescente quando io ero solo un bambino - "La voglia di sognare" che cantava la Vanoni: "se non puoi dimenticare quell'età del nostro amore, quando per portarmi un fiore ti scordavi di mangiare: è la voglia di sognare..."
Dio non si dimentica della sua misericordia e quegli anni sono lontani solo per me probabilmente perché sono io ad aver perso il senso di quella libertà e di quell'amore avvincente ed ubriacante.
Nessun amore che mette in carcere i tuoi sentimenti è l'amore di Dio. Dio misericordioso è Dio che ci conosce e che ci libera. I pesi che avvertiamo sono quelli determinati da noi stessi, oserei dire: siamo noi a dover tornare a quell'amore così com'era se non vogliamo morire soffocati.
La sua ira è la mia ira perché ho reso anche il suo amore un fatto domestico, abitudinario, una schiavitù: Dio è libertà. Che cosa mi ha fatto innamorare di lui se non il fatto che mi abbracciasse anche se non ero perfettamente ligio alla legge ed alla perfezione e che anzi mi liberava dal peso di qualsiasi condizionamento?
Io l'ho amato perché mi ha fatto sentire amato quando non c'era molto per cui potessi essere amato; cosicché ora che pretendo che tutto sia a posto perché lui mi ami, mi rendo conto di non amarlo abbastanza in quanto non mi consente di essere quello che sono nel profondo e che lui per primo ha amato: prima che io potessi accampare qualsiasi pretesa riguardo a quest'amore.
Del resto - ci insegnano - egli ci ha amato e ci è venuto in soccorso prima che noi chiedessimo e prima che noi uscissimo dal nostro errore. Dio - come in ogni storia d'amore - non ama la nostra maniacale pretesa di essere perfetti ma la nostra singolarità che è insieme santità ed imperfezione e che è quella che ci rende liberi, belli, amabili ed affascinanti, con tutte le nostre imperfezioni.
Ecco bisogna quindi tornare a quell'età del nostro amore quando per portare un fiore ti scordavi di mangiare... E ti scordi di mangiare perché sei libero pure da quella necessità se sei innamorato.
Tu mi dirai che l'amore trasforma le persone e ancor più un matrimonio ed anche questo è vero; ma la vera trasformazione avviene nel rispetto della personalità dell'altro, nella libertà. Nessun Dio e nessun amore non ti chiede se non di essere sempre più te stesso: io ti ho amato e ti ho cercato perché sei diverso da me!
E se è vero che in una storia d'amore i due finiscono con il rassomigliarsi sempre di più, con l'essere una cosa sola, allora la nostra somiglianza con Dio diventa quella della sua pazienza, capace di aspettare e rispettare sempre i tuoi tempi come tu i suoi.
E' vero: la libertà è non perdere mai di vista la donna della propria giovinezza - come direbbe la Bibbia - mai perderla quella giovinezza del cuore: riconoscere la luce che ha effettivamente illuminato la tua vita cambiandola senza essere stata un'illusione e liberandoti da qualsiasi schiavitù, persino quella di dipendere dalla tua irrequietezza.
Ritornare a quei sogni, alla voglia di sognare ed alla determinazione a farlo, lavorare perché quei sogni non ci lascino. Noi due - io e il mio Dio, io e il mio amore - abbiamo sognato ai tempi del nostro amore una vita da spendere nell'entusiasmo.
Ricominciamo proprio di là, dal fatto che ci bastavamo così tanto da poter rinunciare anche a mangiare.
Non è solo voglia di sognare: è proprio voglia di vivere.