C'è un'appartenenza duplice per ciascuno di noi, o forse addirittura molteplice, che esclude qualsiasi pretesa di appartenere solo a noi stessi, come suonava invece uno slogan in voga anni fa.
Apparteniamo ad una storia, cioè ad un popolo, a delle tradizioni che ci piacciano a meno oltretutto; ad una famiglia di provenienza, un luogo in cui siamo cresciuti insomma; ad un tempo storico; a dei gruppi da cui pure possiamo esserci col tempo dissociati; apparteniamo al nostro passato e anche al nostro futuro, ad una promessa e ad un progetto, fosse anche solo quello nostro; e poi apparteniamo ad un Paese ed alle sue leggi, ai suoi ordinamenti ed alle sue autorità e infine ad una verità che, se professata in profondità e in coerenza, spesso entra in rotta di collisione con i potenti e le autorità di questa terra.
Pietro, posto davanti al Senato del suo popolo, il Sinedrio, lo dice chiaramente: "Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini"; così come nel Vangelo di Giovanni (Gv. 3,31-36) si legge dell'opposizione tra chi viene dall'alto e chi viene dalla terra.
In realtà non ci si può sentire dilaniati, in tempi normali, tra questa duplice o molteplice autorità e da questa domanda sull'autorità cui rispondere: mi sembra talmente prioritaria quella che noi comunemente chiamiamo la nostra coscienza, l'onesta con noi stessi e con ciò in cui crediamo, che di fronte al rinnegamento di questa non c'è autorità civile ed umana che tenga.
Pietro ha ragione: bisogna obbedire, cioè essere fedeli a Dio, a ciò in cui si crede, piuttosto che a ciò che non convince il nostro cuore, anche se questo dovesse tradursi in una persecuzione o in una qualche forma di penalizzazione, il che peraltro sta nelle cose e nella storia.
Ma questa libertà, che è proprio la libertà dei figli di Dio, ben lungi dall'essere ribellismo pregiudiziale, non solo è impagabile ma costituisce uno dei doni più grandi del nostro spirito: beati quelli che saranno perseguitati in nome della giustizia - dice Matteo nel Discorso della Montagna.
Non può essere la giustizia di questo mondo a farci deflettere in fin dei conti da una giustizia interiore e da quella onestà che viene dall'alto che sempre si oppone alla giustizia che viene dalla terra: fosse anche solo obiezione di coscienza, nome che tra l'altro non rende ragione a ciò che più che obiettare, afferma.
A chi apparteniamo dunque?
A quelle leggi che si oppongono ed obiettano circa ciò che sentiamo venire dall'alto e nel profondo; o invece a quella legge che sentiamo irrinunciabile fino a metterci a rischio rispetto ai signori di questo mondo?
La storia, vecchia davvero quanto la storia del cristianesimo e che ha costituito da sempre la impossibilità di ridurre i cristiani solo a dei cittadini obbedienti a prescindere, ha più sbocchi: o la resa, il compromesso, la doppia morale ed una fede morta o morente; o la resistenza e addirittura il martirio: ed anche di questo la storia è pieno.
I sostenitori della real politik e del sano realismo ti diranno che questo è integralismo ed è irriducibilità, come quella della Brigate Rosse, per dire; gli altri ti diranno che ci sono momenti e situazioni in cui ti è richiesta questa scelta di campo e che quel momento, pur drammatico, è un momento di Grazia, in cui la tua appartenenza diventa luminosa come la città posta sul monte che non può restare nascosta: Che ti è chiesto di essere luce e sale della terra, di appartenere in toto, qualsiasi cosa avvenga.