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Paolo VI e un modello di sviluppo

Pubblicato da enzo cilento su 14 Maggio 2013, 17:36pm

Tags: #mater et magistra

"Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo. Com'è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto. "noi non accettiamo di separare l'economico dall'umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo di uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera" . Par. 14 Populorum Progressio - Paolo VI - 1967

Ritorno indietro dunque, fino al 1967 perché quella figura illuminata e mai troppo compresa, quasi dolente, di Paolo VI, aveva inteso appieno la deriva verso la quale tendeva l'attuale modello di sviluppo, la stessa "evoluzione" del termine: come questo avrebbe finito con il sacrificare ogni aspetto dell'uomo, inteso nella sua integralità, in un malinteso e capzioso modello di benessere a cui si fa corrispondere un solo aspetto dell'umano: quello del possesso.

Come se il possesso, soddisfare questa pulsione, fosse in grado di rispondere appieno all'integralità dell'uomo, soffocando e quindi censurando, sostanzialmente marginalizzando, mettendo a tacere tutto il resto che preme nel cuore dell'uomo; quelli che oggi chiamiamo a giusta ragione dei valori non più contrattabili, assolutamente irrinunciabili.

Di questo peraltro non solo un parte del mondo cattolico sta finalmente prendendo coscienza ma, in certo modo, agli stessi valori - non a tutti e non a tutti in modo assolutamente uniforme - guarda infatti anche una parte del mondo "laico" e non cattolico, perché dall'integralità dell'uomo, cioè dal suo sviluppo e dal rispetto di questo, dipende lo stesso senso civico, la stessa interpretazione dell'impegno politico e civile, la stessa moralità del nostro modello politico e sociale.

E' solo questo - è evidente - che può salvare questa società che ha posto in cima il benessere derivato dal consumo. Non se ne esce.

Avere espropriato l'uomo della sua cultura, delle sue tradizioni che sono perlopiù tradizioni che mirano ad una interrelazione pacifica all'interno della comunità, se non alla condivisione (ogni forma di giustizia sociale è una forma imperfetta di condivisione e di equa distribuzione); aver condotto l'uomo sull'orlo della nuova figura antropologica dell'uomo consumatore, cioè definito in base al modello di sviluppo valutato secondo parametri soltanto economici e di potere d'acquisto, non ha fatto dell'uomo un uomo sviluppatosi armonicamente in tutti i suoi aspetti - men che mai in quelli relazionali - ma ha finito col farne un individuo, un solitario, un consumatore ammalato di solipsismo, di autoreferenzialità, di compulsività egoistica che mira al possesso e all'avere a disposizione sempre e comunque ciò da cui sembra dipenda la realizzazione della sua stessa vita come subdolamente gli è stato fatto credere.

Quest'uomo è un sottosviluppato (lo dice Paolo VI, non io) moralmente ed affettivamente. Quest'uomo è sostanzialmente un fallito e se l'uomo è fallito è perché evidentemente questo modello di sviluppo non è adeguato, non è completo, presenta non solo falle ma squarci e ferite che lo fanno affondare.

No, signori, lo sviluppo non si può limitare alle variabili economiche e a quelle del possesso e del consumo. L'uomo ha un destino ed un'anima troppo grande per accontentarsi di Mammona e del suo potere, delle sue gioie effimere e solitarie, esclusive.

Il benessere dell'uomo è sempre e soltanto relazione. Il suo contrario si chiama disperazione e solitudine, bulimia di potere, il più triste tra gli spettacoli del mondo, la distanza abissale e siderale da quella somiglianza con Dio a cui Lui stesso ci chiama: da sempre.

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