Vorrei mettermi dalla parte di Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e non da quella di Mattia, questa mattina in cui di quest'ultimo degli apostoli si fa memoria.
Negli Atti si narra infatti di come Pietro abbia chiesto ai fratelli di pregare e poi di tirare a sorte per scegliere chi dovesse subentrare a Giuda, colui che aveva tradito.
Uno che è soprannominato Giusto sembrerebbe avere tutti i numeri - diremmo oggi - per assolvere a questo compito. Probabilmente doveva trattarsi di un uomo equilibrato, mite, sicuramente sapiente e fedele (era stato con Gesù fin dalla prima ora: Pietro vi fa chiaramente riferimento, anche perché, dopo l'esperienza del tradimento, certo era necessario non affidarsi all'ultimo arrivato); ma soprattutto doveva trattarsi di un giusto, di un uomo mosso da un sentimento di equità, capace di aiutare e di giudicare, di distribuire i beni tra quelli della comunità che fossero a ragione considerati indigenti; doveva essere un punto di riferimento affidabile.
Giovane; vecchio; aitante o invece malandato; dotto, ignorante? Chissà com'era questo giusto. Senza contare che agli occhi di Dio - per la sua elezione - non mi sembra che questi particolari contassero particolarmente.
E Mattia, invece? Di lui non si dice altro se non che anche lui era stato testimone di quanto a Gesù era accaduto: fino alla Resurrezione appunto.
Fu scelto quest'ultimo. E sul giusto Barsabba cade il silenzio, per sempre...
Il fatto è che - come dice Giovanni nel suo Vangelo oggi in calendario (15, 9-17) - "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda".
Il che, da una parte aiuta a penetrare nella insondabilità del disegno di Dio su ciascuno di noi - per quanto la nostra ragione si possa ribellare a questa logica - e dall'altra ci deve far pensare alla molteplicità delle vie immaginate da Dio per ciascuno di noi perché quella testimonianza si possa comunque dare: non tutti sono chiamati ad essere apostoli, non tutti ad essere evangelisti; non tutti hanno questo o quell'altro dono.
Mi piace in sintesi immaginare che dopo l'iniziale rammarico e la momentanea frustrazione del Giusto, egli stesso abbia potuto riflettere, con fiducia e con lucidità, sul fatto che probabilmente quella "non scelta" non gli si sarebbe ritorta contro ma che anzi lo avrebbe messo in grado di esprimere tutto se stesso attraverso altre vie che non fossero quella.
Perché questo accadesse, di certo il Giusto doveva riporre fiducia nell'ultimo dei punti toccati da Giovanni quest'oggi nello stesso brano, laddove si dice "Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri".
Solo da questo si può partire - ipotizzo - per non pensare che quella scelta dei fratelli non sia arbitraria e penalizzante (diciamo pure che il tirare a sorte per scegliere non è proprio un criterio che ci metta in pace con noi stessi: non si argomenta, non si discute e insomma uno potrebbe anche considerarlo come una grande ingiustizia); senza decidere infine, come Giuda, di andarsene via e di tradire, "muoia Sansone con tutti i Filistei".
Ma è vero pure - e con questo concludo - che per credere che ci si ami gli uni gli altri, occorre credere che si sia rimasti nel Suo Amore, come Gesù raccomanda all'inizio del brano in questione. E' solo guardando con lo sguardo di Dio - per usare una formula persino un po' abusata - che si guardano gli altri con giustizia; e forse è questo il motivo per cui Giuseppe, detto Barsabba, era soprannominato il Giusto.
Da questo momento cala il sipario sulla sua storia e sulla sua figura.
Cosa abbia fatto; come abbia espletato la propria missione non è dato saperlo. Frustrante - diremmo: o forse giusto così: chi può dirlo?
Ritorna nell'ombra lui, come Giuseppe, lo sposo di Maria; come i vecchi Anna e Simeone al tempio. Come la stragrande maggioranza dei credenti a cui tocca un compito apparentemente oscuro.
E forse è proprio Giusto così.