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Una festa contro l'egoismo

Pubblicato da enzo cilento su 19 Marzo 2013, 05:44am

Sin da ieri sera, leggendo l'antifona che introduce il Magnificat per la solennità di San Giuseppe (oggi infatti si celebra questa solennità più che non la Festa del Papà), mi ha colpito quel versetto "Servo fedele e saggio! Il Signore gli ha affidato la sua famiglia".

La prima considerazione è quella relativa al grande dono che ci viene fatto: quello che una famiglia ci venga affidata. Sarà una famiglia naturale, fatta di una sposa e di figli biologici; dei figli adottivi, come quelli di un sacerdote, di un educatore, un insegnante, un maestro; delle persone di cui prenderci cura, degli anziani, degli ammalati, una comunità. Mi verrebbe da dire che persino di una bestiolina ci si prende cura e perché questa ci venga affidata, ci viene accordata una sorta di fiducia, di garanzia, a meno che di quella bestiolina non ci si voglia disfare.

Prendersi cura di qualcuno è un atto bello e maturo, di responsabilità. Solo un'affettività matura, responsabile, sa prendersi cura di qualcuno, sente che gli è affidato e, se da una parte non a chiunque si può affidare questo compito, né a tutti lo stesso (sono tante le famiglie e ben diverse), non bisogna né aver paura di essere buoni genitori, in senso largo, né si può negare che prima di esserlo bisogna che questa fiducia ci venga concessa e che in certo modo ce la guadagniamo. In ogni caso, questa attitudine è talmente innata che c'è da credere che la si può apprendere strada facendo e nessuno chiede a nessun genitore ed affidatario la perfezione: solo - direi - la buona volontà e quei mezzi minimi (la buona volontà è il primo) che occorrono. Insomma, credo che sia solo aridamente egoistico non prendersi cura, in qualsiasi modo, anche solo con la preghiera, con la presenza, degli altri. L'egoista in sostanza è un immaturo che non ha neppure fiducia nei suoi sentimenti perché in pratica non sente di averne di rassicuranti per gli altri. E purtroppo questa società sta coltivando questa immaturità.

Persino nei bambini oltretutto si può cogliere questa vocazione ad occuparsi di altri. Un bimbo si prende cura delle sue cose, talora di un animale, di un amico, di un genitore ammalato; mentre è proprio di un educatore maturo aiutarlo a maturare questa indole che non è buonista ma è puramente secondo natura. Certo, lo ribadisco, ci sono mille modi di prendersi cura e mille modi di affidamento in tutta la gamma dell'universo umano: dalla paternità genetica a quella spirituale, anche nel sacerdozio.

E di questa paternità in fondo si parla per Giuseppe, a cui il Signore affida la sua famiglia. Ad un egoista non sarebbe possibile chiedere di prendersi cura di un gregge e quindi neppure offrire la cura delle anime: la vocazione non è mai un prendersi cura di sé ma sempre una chiamata a prendersi cura di altri a partire dalla cura che si ha di sé, dal rispetto che si ha della propria chiamata alla responsabilità.

Questo per dire che mentre il mondo e quello dei consumi celebra questa papà eternamente giovane, consumatore ed edonista, un mito perfetto, il padre che c'è in ciascuno di noi è un uomo silenzioso e responsabile, libero dalla schiavitù di sé e che si offre come Cristo stesso ad altri, tanto che se pure Cristo non conosce paternità biologica, nessuna paternità è completa come la sua proprio in quanto nessuno come Lui accetta di donare la propria vita per qualcuno, un popolo che gli viene donato. Come Abramo, come Mosè, come ogni padre di una patria, in questo caso universale, che lui costituisce come sua famiglia. E a questo operaio silenzioso che ogni giorno va al lavoro per quelli che in certo modo dipendono da lui oggi rendiamo l'omaggio e gli auguri, questi sì, meritati.

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