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Liberi o no

Pubblicato da enzo cilento su 20 Marzo 2013, 06:28am

A volte facciamo i maestri della legge e siamo convinti di essere quei figli di Abramo che ritroviamo nel Vangelo di oggi. “Noi non siamo schiavi di nessuno” – diciamo ed invece qui mi soccorre quanto diceva un autore medievale “Quanti padroni hanno coloro che sostengono di non aver padroni” e questo padrone poi è davvero terribile quando coincide con se stesso e con il proprio egoismo. Schiavi di se stessi e dell’altissimo concetto che abbiamo di noi.

Ciò vale per ciascun uomo e per alcuni sicuramente di più: per i narcisisti e per coloro che sono i cultori e gli adoratori della propria personalità, tanto che il loro dio ha un altare immenso ed altissimo che vorrebbero da tutti fosse venerato e che diventa per loro stessi un’ara dove sacrificare la propria libertà, quella di essere altro dall’idolo che si sono costruiti. “Accetta quel che sei” – verrebbe da dire – “ed abbi pietà per quel che sei, per la tua storia e per gli esiti di questa. Vivi con naturalezza, non il tuo egoismo (anch’esso in definitiva, se in limiti fisiologici), ma il tuo essere naturale, che ha un percorso da compiere, imperfetto, da correggere. Accetta la correzione che la vita e il tempo, le situazioni ti offrono: non maledire”.

In ogni caso rischiamo sempre di fare di noi stessi un dio o invece un demonio contro cui combattere, soprattutto quando la proiezione che abbiamo di noi è fragorosamente smentita dalla miseria in cui ci imbattiamo di fronte alla realtà dei fatti, agli eventi.

Eppure, scoprendo di non essere liberi (e chi lo è mai?), non credo che si debba reagire con lo sconforto, bensì con un po’ di autoironia (vedi che non sei quel che dici di essere?), con la capacità di accogliersi e con la voglia di emendarsi ma senza flagellarsi, perché non siamo noi a cambiarci ma lo sono gli eventi provvidenziali e salvifici che ci vengono offerti: la vita è sempre molto più provvida di opportunità di quanto non lo siano gli altari che abbiamo costruito a noi stessi.

Gesù lo dice a quei Giudei, figli di Abramo, che non si sentono interpellati dalla sua libertà. Seguire e restare in quella sequela è garanzia di libertà perché ci libera dal dispotico dominio delle nostre verità, delle nostre abitudini, dei nostri criteri di giudizio, per assumere un altro modo di vivere, quello di uno che si prende a cuore anche la vita di altri. Qualcuno potrà vedervi moralismo – ed infatti non è questa la chiave: non lo si fa perché è giusto ma perché è bello, creativo, liberante – ma voler bene non è mai moralistico pur essendo morale.

Anche se volere bene è un dono, una affinità, una tensione, una liberazione e i modi per amare sono tanti e non tutti immediatamente comprensibili. Partendo dalla prima legge dell’amore: saper volere bene a se stessi come fonte dell’amore per gli altri. Solo chi ama il dono della propria vita ama Dio e quindi il prossimo come se stesso, sapendo che è nei nostri limiti che qualche prossimo si senta più prossimo di altri e che talora ci accada che ci venga chiesto anche con insistenza o un bene che non è tale o un modo di voler bene che è molto lontano da noi.

Bisogna essere onesti in tal caso e riconoscere il nostro limite, di cui confidiamo di saperci liberare, anche solo sapendoci perdonare.

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