Solo due parole stamane, anche perchè sul Padre Nostro, vero centro della Liturgia della Parola di oggi, tutti hanno scritto e detto; e io non potrei davvero aggiungere nulla.
Sì, l'esperienza di paternità bisogna averla fatta per poterla raccontare (anche quella con Dio); e chi avesse peraltro avuto un rapporto difficile colo proprio padre naturale, ad esempio, solo difficilmente sarebbe in grado di costituirne uno sano col Padre stesso; eppure, se anche mio padre e mia madre mi avessero abbandonato, tu continueresti a soccorrermi - recita più o meno il salmo.
E che padri e madri ci abbandonino, cioè che si separino da noi spiritualmente, è assolutamente inevitabile perchè è giusto che ogni uomo poi raggiunga, a suo tempo, la sua piena maturità e questa, molto spesso, almeno in apparenza, si discosta, si autonomizza, da quella di origine, pur derivandone direttamente. Lo zelo per la Tua Casa, quella di Dio, può infatti allontanare, perchè un'altra casa viene ora riconosciuta come la propria; e la casa di Dio, laddove è attaccato il nostro cuore, è altrove: è certo il mondo fuori dall'alveo materno, ovunque risuoni la Sua Voce, è crescita, anche liberazione, nuova nascita quindi e uscita inevitabile e talora dolorosa dal grembo materno.
Concepiti infatti nella carne e nel peccato, abbiamo la sensazione di librarci al di sopra di un amore solo monogamico e chiuso, carnale, per poter diventare oggetto e soggetto d'un amore spirituale, di un'altra paternità; e questo processo è oltretutto continuo, perchè la purificazione avviene in una continua liberazione da qualsiasi rapporto che intendesse sostituirsi a quello col Padre che ha messo nel nostro petto un cuore che anela e che arde sentendone la voce.
Ciò nonostante, non c'è scusa per chi non perdonasse a colui che non fosse in grado di liberarsi da questa sensazione che i figli gli appartengano sempre e in toto, dal momento che il perdono è la via che conduce ad una paternità e ad un essere figli liberi e consapevoli. In caso contrario diventa solo altra aderenza (chiusura): ad un rancore, ad un rapporto che non si è evoluto e che continua a costringerci.