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Ovunque a casa propria

Pubblicato da enzo cilento su 4 Luglio 2013, 05:16am

Chi ha detto che un cristiano non debba essere un cittadino del mondo?

Nulla dovrebbe esserci di più ecumenico - intendo - di una fede che non ti fa schiavo di nessun Cesare e che non ti fa servo di nessuna ideologia: io direi neppure di nessuna bandiera.

Ci riflettevo, anche con un po' di inquietudine, da ieri sera, allorquando ho avvertito questa sorta di rivendicazione "settaria": "io non ho mai cambiato residenza perché questo è il mio Paese".

E invece il mio Paese, come uomo e poi anche come cristiano (ma le due cose mi sembra che non si debbano contrapporre) è davvero il mondo; in questo, almeno in questo, ben lieto di essere un tiepido erede di ogni cosmopolitismo.

Figlio in tutto di Ebrei, come Cristo, loro erede, popolo tra i popoli ma pur capace di essere a casa sua dappertutto pur essendo se stesso e conservando della propria identità nazionale ciò che è essenziale, appartenere al proprio Dio: figli del proprio padre, quindi; ma liberi, liberi come possono esserlo solo coloro i quali si sentono cittadini di tutto il mondo, perché è tutto il mondo che Dio ha lasciato a noi e non gli angusti confini tra il Tevere ed il Garigliano.

Chi ha Cristo nel cuore ha casa sua dal New England alle Isole Fiji; dall'isola di Hokkaido alla Terra del Fuoco.

E quel fuoco ce l'ha nelle vene, come quella libertà che ci dà infatti la nostra condizione.

Nulla di cosmopolita dunque e di universale, di cattolico, come la Chiesa, mi dico, mentre mi imbatto in chiusure d'ogni tipo, non ultima quella in cui possono incorrere gruppi e movimenti ecclesiali, troppo spesso arroccati e ripiegati su se stessi.

Io non appartengo a Paolo come non appartengo ad Apollo - mi dico sempre - mentre la mia unica eredità è quella che rimanda a Cristo e in seconda istanza agli Apostoli, loro sì, che egli ha inviato.

Aperti, dunque, e non claustrofobici, come gli stessi apostoli pur rischiarono di esserlo, rinchiusi nel Cenacolo, da cui era uscito invece, nel frattempo, Tommaso (leggi ieri ndr.), in attesa certo, ma in un'attesa che deve essere sempre aperta a tutti, alla Chiesa che è ontologicamente universale.

La libertà di Cristo, che non è certo anarchia ed autonomismo patologico, è proprio il contrario di ogni chiusura settaria e pertanto autonomistica, essa sì.

In questo siamo davvero cittadini del mondo e non c'è luogo e stato e condizione che ci faccia perdere la dignità di figli di Dio, presenti ovunque del mondo, messi a custodia dello stesso, perché ovunque sia consentito di sentirsi a casa propria.

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