Non insegnate ai bambini... Se non a guardarsi da noi adulti.
I bambini che scompaiono ogni giorno da ogni angolo povero del mondo.
Se ne vanno per strade che non conoscono (loro di strade ne conoscono in ogni caso ancora pochissime) e se ne vanno nei letti lordi di chi approfitta di loro e della loro innocenza e di chi gli si affida.
Se ne vanno schiavi per le multinazionali della moda e nuovi servi nelle case dei ricchi. Sono miriadi di miriadi, come le stelle, mentre fanno gola persino i loro organi se non solo i loro corpi e le loro lacrime.
Se ne va la loro stessa età, gli viene rubata; viene loro strappata: il loro tempo, quello libero, i loro giochi, la loro fantasia. Persino i nostri giochi da adulti, la iper-tecnologizzazione dei nuovi passatempi li derubano del loro mondo; come tutti gli infinti impegni pomeridiani, quel programmarne ogni attimo a discapito della loro libertà di creare e di giocare: di essere piccoli.
Noi e i nostri maledettissimi miti: i piccoli cantanti d'opera, i piccoli calciatori, i piccoli attori, i piccoli noi frustrati che si scaricano su di loro, a cui di piccolo non rimane che un corpo ancora acerbo e un malessere invece sempre più grande.
In loro, di bambino non è rimasto più nulla: neppure il sogno di una vecchia speranza - direbbe Gaber - quella di un mondo che di loro e di noi tutti, della nostra infanzia ha rispetto.
Non insegnate ai bambini la vostra cultura.
Non insegnategli vecchi ideali - cantava anche il signor G. in uno dei suoi ultimi testi - non insegniamogli l'odio e l'indifferenza; bambini affamati e bambini di strada, bambini col fucile e bambini mandati a morire, in guerra, nei campi minati, nei lager, nelle stanze dell'Orco.
Dietro ogni adulto infelice è un bambino a cui hanno strappato l'infanzia.