Se ne stava in una povera casa ai margini del paese, tra gli odori della campagna, dell'erba e del pollaio, del latte, delle capre e delle pecore, del latte e delle ceste, delle stuoie probabilmente. Semplice ed umana contadina dunque la regina del cielo alla cui fede dovremmo chiedere la medesima semplicità?
Ma dov'è più quella semplicità e quella società rurale, latte e pecore, galline e uova in cui la semplicità non era una conquista ma un dato essenziale e innato?
Noi le chiediamo di credere come lei, bella tra tutte le donne, a cui un'improvvisa apparizione, uno che sembrava un angelo, annunciava che da lei sarebbe nato l'Emmanuele; e noi le chiediamo quasi l'impossibile - per quanto nulla sia impossibile a Dio - perché le chiediamo di tornare ad essere quello che non siamo più, culturalmente da secoli, personalmente da sempre: semplici e poveri, di spirito, certo, ma pur sempre poveri. E di non credere ad un'allucinazione e ad una propria forma di follia o di isteria.
Come potremo noi cantare dunque nella terra del nostro esilio se il nostro esilio è ormai lontano da qualsiasi terra di semplicità e di immediatezza?
Noi le chiediamo di avere quella fede che sposta le montagne e accetta il miracolo che, non avendo fatto nulla se non prestare un po' di fede, alla fine poniamo fede nel fatto che qualcosa stia nascendo in noi: nulla che sia nato dalla nostra unione con una nostra decisione e con ciò che è esterno a noi stessi, che per certi versi violi la nostra natura primigenia. forse perché la nostra natura primigenia è pura e capace di credere ai miracoli e di accoglierli mentre le nostre elaborazioni e costruzioni sono incapaci di accogliere e sono impietose, non fanno miracoli se non quello di farci sentire bastevoli a noi stessi.
Ma noi non siamo più gli stessi e il tempo ci ha cambiati e ci cambia, come una civiltà adulta e ricca e opulenta, che si pensa e si autoriflette, definendosi, finisce col darsi delle regole e dei contorni entro i quali è sempre più difficile entrare.
Non conosco un predicatore che non dica di chiedere a Maria la sua fede e la sua semplicità. Non siamo ipocriti!
Quella non c'è più diffusa e a buon mercato e non è un caso che ella parli ai miseri e ai semplici, ai pastori, a Bernadette e ai pastorelli di Fatima: alla gente che si porta addosso solo l'immediatezza della propria esistenza e della fatica della propria sopravvivenza.
Maria che è lo scandalo più grande per ogni mente come la sua verginità e come l'umanità del Cristo, per ogni uomo, perché tutto si può pensare ma né che un Dio si faccia uomo e perdente né che una donna povera, una contadina, possa portarlo in grembo questo Dio.
Ne parlo oggi nel giorno dell'Annunciazione, scandalo per chiunque giudichi col suo parametro e con la propria esperienza umana e intellettuale: per me. Così la Grazia, la conversione e la fede, scandalo perché nessuno se le guadagnò con le opere ma solo gli vennero donate e questo ci scandalizza e ci indispettisce.
Ella che non ebbe che un merito, la speranza, mentre noi siamo disperati; essi che non ne ebbero se non di essere tribolati; Lui che non ebbe trionfo se non quello di essere giustiziato come i maledetti.
Perché questa fede è la fede dello scandalo e nessuno se ne ricorda, e tutti invece a farne gli elogi come della fede della sapienza umana, della dimostrabilità razionale del credere, quando se fosse dimostrabile, che merito avremmo; se fosse visibile e accertabile, logico e accettabile e non scandaloso, che merito avremmo; se fosse meritocratico, non sarebbe forse anche il criterio dei pagani?
Dove invece l'unico merito è non mostrare di averne alcuno, se non la speranza e la fedeltà, forse.
Ma a noi, corrotti ormai da secoli di meritocrazia e di giusta retribuzione, a noi che vogliamo ciò che ci spetta, finisce con lo sfuggire che il nostro metro non arriva a misurare che i nostri giusti compensi e ci fa dannare di fronte ad un dono che sembra sempre non in linea con quel che appare sano ai nostri occhi.
Non ai filosofi e neppure ai grandi intellettuali, non ai grandi scrittori e agli scienziati ed agli inventori viene fatto in primis questo dono, ma ad una pastorella - la prima di una serie - perché è vero - Dio mio com'è vero! - sono solo i puri nel cuore quelli che vedono Dio.
Certo, c'è poi quella purezza di chi chiede e non si stanca, di chiederla e di implorarla, in ginocchio, nei banchi, faccia in terra, occhi rivolti al cielo, occhi sulla desolazione del mondo in cui vive ed è costretto a sopravvivere: ma non è proprio la stessa cosa.
E per lui l'annunciazione e la semplicità sono sempre una fatica quotidiana, uno spostare a fatica il velo e il sipario di un'apparenza dietro la quale a fatica vede quella presenza mai più immediata però, del tutto nascosta dal complicarsi di noi stessi, della nostra cultura, dalla irrimediabile perdita di quella primigenia semplicità.
E quella, o Maria, non ce la restituisce più nessuno, perché il mondo è andato altrove nel frattempo: a meno che a Dio, cui nulla è impossibile...
Crederci, però: e chiedere di essere messi in grado di farlo: chissà.