Mi capitava di leggere i primi quattro capitoli del libro del profeta Osea, questo pomeriggio, spinto a questo da una indicazione preziosa che mi era stata suggerita: il tema della fedeltà. Fedeltà nonostante tutto, intendo.
Osea sposa una donna infedele infatti, quasi un prostituta, Gomer, da cui avrà dei figli e di cui, nonostante i suoi continui tradimenti, rimarrà per sempre innamorato: fino a riammetterla nella sua casa, contro ogni logica, lei, la donna della sua giovinezza, pur dopo tutti i fallimenti di lei, quasi autodistruttivi, alla fine.
Inutile dire che quella fedeltà ne richiami un'altra: quella di Dio al suo popolo, prostituitosi anch'esso dietro tutti i suoi idoli e resosi in breve schiavo di quelli, fino a dimenticare l'amore della sua gioventù.
Ma l'amore è più forte di ogni cosa: è fedeltà soprattutto, dicevo. In ebraico si dice "Hesed", che è poi una delle prime parole semitiche che ho imparato: chissà perché. Insieme a "dabar", parola, peraltro.
Perché forse la fedeltà è sempre fedeltà ad una parola, soprattutto quando quelle parole sono parole di vita eterna...Chissà!
La verità è che dopo i tradimenti della giovinezza, che passa, ci si rende conto quasi sempre di ciò che è vero fino in fondo, di ciò a cui siamo ontologicamente e costitutivamente fedeli: forse ad una parola, quella pronunciata su di noi, mettendoci in questo mondo. "Tu sei questo" è in fondo come dire "tu sei per questo": la tua esistenza ha questa ragione d'essere, fin dalla tua giovinezza, fin dal grembo materno, e solo la fedeltà a ciò che tu da sempre sei chiamato ad essere, ti consente non solo di non tradire la tua giovinezza, il tuo nome e la tua identità, ma di restarlo giovane: per sempre, vivo, aderente all'essere per cui sei.
Bisognerebbe aver la forza di restare a Gerusalemme, nella nostra casa, in noi, attaccati alla nostra giovinezza, a ciò che siamo, in attesa di ricevere quella forza dello Spirito, quella pazienza e quella temperanza, quella capacità di soffrire e di essere fedeli che domani troviamo raccomandata da Gesù agli Apostoli negli Atti prima di partire ognuno per rendere ragione alla propria promessa.
E' il passo che contiene la narrazione dell'Ascensione al Cielo di Gesù, oltretutto, con quella profezia "voi di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della Terra": testimoni, dunque fedeli.
Ed è questa la testimonianza che ci vien chiesta, mi sembra: nessun amore che non sia fedele testimonia alcunché. Intendo che testimonia solo ciò che sa resistere e soffrire, in nome di una parola data e di una fedeltà.
Fu così che lo videro, fissando il cielo, mentre se ne andava lontano da loro, mentre due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo".
Veniva chiesto loro ancora una volta un atto di fede, una prova di fedeltà, hesed.
Tornavo a casa poco fa e mi è tornato alla memoria il canto XI del Purgatorio:
"O Padre Nostro, che né cieli stai, / non circunscritto, ma per più amore/ ch'ai primi effetti di là sù tu hai/ laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore/ da ogne creatura, com'è degno/ di render grazie al tuo dolce vapore. /Vegna ver noi la pace del tuo regno/ chè noi ad essa non potem da noi/ s'ella non vien con tutto nostro ingegno.
E mi son detto che sì è forse un Purgatorio questa attesa e questo stare saldi e fedeli a Gerusalemme ma che non sarà mai la nostra forza, il nostro ingegno a rendercene capaci se questo non ci vien dato per Grazia divina, appunto: come ci è stato promesso da chi resta fedele per sempre, anche se dovessimo rinnegarlo: "hesed", appunto.