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Bianco e vermiglio...

Pubblicato da enzo cilento su 11 Maggio 2013, 04:38am

Certe volte ci viene chiesto di cantare nella terra del nostro pellegrinaggio, "cantare e portare la croce" come si dice volgarmente in memoria della prassi delle processioni pasquali tenute dalle Confraternite, dove a chi veniva dato di portar la croce era chiesto nondimeno di cantare, quanto meno di recitar le litanie.

E forse Cristo stesso, sulla via del Golgota una sua litania doveva proprio recitarla, a fior di labbra: nella quale doveva essere la lode del Padre e della sua bontà, della sua pazienza (quella esercitata nei confronti degli uomini e del loro cuore), quella per i suoi amici che stava lasciando, benché essi lo avessero fatto ben prima; quella verso sua madre e le sue donne impotenti, "Figlio, amoroso giglio, perché t'hanno priso" - diceva Jacopone.

Doveva essere un vero e proprio Rosario il suo, fatto di tutte le immagini e le vicende che dovevano passargli davanti agli occhi e nella memoria: squarci di quei pochi anni vissuti sulla terra, da uomo, persino troppi considerando l'esperienza fatta dell'animo umano.

La pialla e la colla della bottega del falegname, le grida dei compagni di gioco, forse i rimproveri di sua madre (mi veniva in mente ieri in Chiesa, questo aspetto: avrà mai alzato la voce sua madre? Che voce aveva? Forse la voce di mia madre, della madre di ciascuno di noi - mi dico adesso - e non so perché penso alla stessa litania di preghiere che doveva fiorire anche sulle sue labbra, "Figlio de Paradiso"...).

E come non rivedere mentre si andava a morire, tutti i malati guariti, i ciechi e gli storpi, i paralitici, quelli liberati dalle perdite di sangue, da legioni di demoni, epilettici e prostitute, pubblicani? E dov'erano adesso? Zaccheo, Lazzaro, il cieco di Gerico, dov'erano adesso che lui stava trascinandosi nella polvere? E i nonni, i parenti, i cugini, i vicini di casa, la Samaritana? Forse li stava elencando uno ad uno nella sua litania dolce e melanconica verso il monte su cui sarebbe stato elevato.

Gli chiedevano di cantare come certe volte lo chiedono a noi, nella terra del nostro esilio, nella nostra Babilonia, la dimensione dello stordimento in cui dimentichiamo persino la nostra storia e la nostra identità, come Cristo sotto le percosse e i flagelli. Ci hanno schiaffeggiato e dovremmo ricordare ed esser grati di quanto abbiamo vissuto; ci hanno colpito nei reni e dovremmo rivedere il bello che abbiamo vissuto. Averla quella forza! Signore, dammi la forza! Signore, perché mi hai abbandonato?

E se i chiodi entrano nella carne e appendiamo ai salici le nostre cetre è perché quel dolore, mio Dio, è la cosa più terrificante che abbia mai sentito: neppure quando sono stato tradito e frainteso, quando quelli che pronunciavano il Tuo nome mi deridevano e si stracciavano le vesti, quelli che si dicevano Tuoi amici, quelli che avevi condotto fuori dal loro esilio, lontano dall'Egitto e da Babilonia, quando non c'era nessun altro Dio straniero a guidarli e sostenerli.

Come potevamo noi dunque cantare in quella terra dello sconforto e dell'ingratitudine che non era ormai la nostra terra?

Stavamo morendo di dolore e di vergogna, altro che cantare. Solo sparire ed entrare nel regno delle ombre ci restava e immaginare infine di salire al cielo, tornare a chi pure sembrava nulla poter fare di fronte all'uomo.

Eppure ci veniva chiesto di dimostrare ancora, di cantare, con gli occhi gonfi e tra le lacrime nelle quali pure ci sembrava di riconoscerli tutti: Lazzaro e Maddalena, Zaccheo e il paralitico, l'emorroissa...Chissà: era solo perché stavamo morendo.

E loro erano altrove, invero.

"Figlio, amoroso giglio, figlio, bianco e vermiglio..."

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